Gli italiani dormono male, e poco

In Italia i disturbi del sonno sono in crescita, e risultano più frequenti tra gli anziani e le persone con un livello socioeconomico inferiore. Quasi un italiano su tre di notte dorme un numero insufficiente di ore, e uno su sette riporta una qualità scadente del proprio sonno. Si tratta dei risultati principali di uno studio sulla qualità del sonno degli italiani, condotto nei mesi di febbraio e marzo 2019 da BVA Doxa insieme ai ricercatori dell’Istituto Superiore di Sanità, l’Università Bocconi e l’Istituto di Ricerche Farmacologiche Mario Negri, e pubblicato all’interno della rivista Scientific Reports.

Si dorme in media 7 ore a notte

Stando ai risultati della ricerca la media delle ore di sonno degli italiani è pari a circa 7 per notte, ma il 30% degli intervistati dichiara di dormire un numero insufficiente di ore. La percentuale di italiani che hanno valutato il proprio sonno come insoddisfacente, ovvero giudicato qualitativamente basso o molto basso, è infatti del 14%. Fra questi, le donne sono in numero più alto rispetto agli uomini, mentre per quanto riguarda la quantità di ore di sonno non si evidenzia una differenza di genere nelle risposte. Un dato è comunque certo: all’aumentare dell’età aumenta sia l’insufficienza sia l’insoddisfazione del proprio sonno.

Istruzione, fumo e redditi bassi peggiorano il sonno

È inoltre rilevabile un importante gradiente socioeconomico: un basso livello di istruzione e un basso reddito sono associati a maggiori problemi di sonno. Chi fuma, poi, più frequentemente dorme un numero insufficiente di ore, sia rispetto a chi non ha mai fumato sia rispetto a chi ha smesso di fumare. Le relazioni più interessanti si osservano però “entrando” nelle case delle famiglie italiane. Oltre all’attesa associazione tra matrimonio e sonno, confermata dal fatto che le coppie sposate dormono meglio, lo studio mostra un’inattesa relazione inversa fra chi vive con figli minori di 14 anni e i relativi problemi di sonno.

Matrimonio, figli e animali domestici: quale impatto sul riposo?

Parte della spiegazione di tale fenomeno potrebbe risiedere nell’effetto “adattamento”, che col tempo porterebbe i genitori ad adattarsi alla minore qualità e quantità di sonno, tipicamente associata all’esperienza dei primi mesi di vita del bambino. Altrettanto interessante è notare che nelle case in cui sono presenti animali domestici si dorme peggio. Questo, però, non significa che cani e gatti peggiorino necessariamente il sonno. Piuttosto, questa associazione potrebbe nascondere un rapporto di causalità inversa, secondo cui cani e gatti sono accolti più frequentemente in famiglie dove siano già presenti fattori di rischio per una peggiore qualità e quantità del sonno, come insonnia, ansia e depressione.

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Il decalogo dei riscaldamenti per risparmiare e tutelare l’ambiente

Dal 15 ottobre i comuni italiani della cosiddetta zona climatica hanno cominciato ad accendere i riscaldamenti, e per salvaguardare l’ambiente e la bolletta l’Enea ha proposto 10 regole pratiche per scaldare al meglio le proprie abitazioni evitando sprechi, e in molti casi inutili sanzioni. Innanzitutto, quella di eseguire regolarmente la manutenzione degli impianti, la regola numero uno in termini di sicurezza, risparmio e attenzione all’ambiente. Infatti un impianto consuma e inquina meno quando è regolato correttamente, è pulito e senza incrostazioni di calcare. E chi non effettua la manutenzione del proprio impianto rischia una multa a partire da 50 euro.

Controllare la temperatura degli ambienti, evitare di accendere troppo gli impianti

La seconda regola è controllare la temperatura degli ambienti: la normativa prevede una temperatura di 20 gradi più 2 di tolleranza, e per ogni grado in meno si risparmia dal 5% al 10% sui consumi di combustibile. Inoltre, è inutile tenere acceso l’impianto termico di giorno e di notte (terza regola): il tempo massimo di accensione giornaliero varia per legge, e a seconda delle 6 zone climatiche in cui è suddivisa l’Italia va da un massimo di 14 ore (zona E, nord e zone montane) alle 8 ore della zona B (fasce costiere del Sud Italia). Sarebbe poi utile installare pannelli riflettenti tra muro e termosifone (quarta regola), una soluzione semplice ma molto efficace per ridurre le dispersioni di calore.

Fare un check-up alla casa, e approfittare dell’ecobonus

Regola numero cinque: schermare le finestre durante la notte chiudendo persiane e tapparelle, ed evitare ostacoli davanti e sopra i termosifoni, come tende o mobili, perché ostacola la diffusione del calore (6). E fare un check-up alla casa, chiedendo a un tecnico di effettuare una diagnosi energetica dell’edificio, il primo passo per valutare lo stato dell’isolamento termico di pareti e finestre e l’efficienza degli impianti di climatizzazione (7). La diagnosi suggerirà gli interventi da realizzare valutandone il rapporto costi-benefici, anche in vista di usufruire delle detrazioni fiscali per la riqualificazione energetica degli edifici. L’ecobonus consente infatti di detrarre da Irpef o Ires dal 50 all’85% delle spese sostenute, e con il superbonus l’aliquota di detrazione sale al 110%.

Anche la domotica aiuta a risparmiare

L’ottava regola dell’Enea suggerisce poi di scegliere impianti di riscaldamento innovativi, riferisce Askanews, mentre la numero nove di scegliere soluzioni tecnologiche innovative, come centraline di regolazione automatica della temperatura e programmazione oraria, giornaliera e settimanale, che evitano inutili picchi o sbalzi di potenza. Anche la domotica aiuta a risparmiare: cronotermostati, sensori di presenza e regolatori elettronici permettono di regolare anche a distanza, tramite telefono cellulare, la temperatura delle singole stanze e il tempo di accensione degli impianti di riscaldamento.

Ultima regola, installare le valvole termostatiche, che servono a regolare il flusso dell’acqua calda nei termosifoni consentendo di non superare la temperatura impostata per il riscaldamento. Obbligatorie per legge nei condomini, permettono di ridurre i consumi fino al 20%.

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A giugno 2020 la produzione industriale cresce dell’8,2%

L’indice complessivo diminuisce in termini tendenziali del 13,7%

Nella media del secondo trimestre però il livello della produzione cala del 17,5% rispetto ai tre mesi precedenti. Inoltre, corretto per gli effetti di calendario (a giugno 2020 i giorni lavorativi sono stati 21 contro i 20 di giugno 2019) nel mese di giugno di quest’anno l’indice complessivo diminuisce in termini tendenziali del 13,7%.

L’Istat segnala forti flessioni tendenziali in tutti i comparti, e se il calo è meno pronunciato solo per l’energia (-6,2%) risulta più rilevante per i beni strumentali (-16,2%), per i beni intermedi (-15,7%) e per quelli di consumo (-11,4%).

Le attività estrattive sono l’unico settore che registra un incremento tendenziale della produzione

L’unico settore di attività economica che registra un incremento tendenziale della produzione industriale a giugno è quello delle attività estrattive, che cresce del +1,5%. Secondo l’Istat, oltre alle attività estrattive, tra i rimanenti comparti le maggiori flessioni si registrano nelle industrie tessili, dell’abbigliamento, pelli e accessori, in diminuzione del -26,7%, nella fabbricazione dei mezzi di trasporto (-26,4%) e nella fabbricazione di coke e prodotti petroliferi raffinati, che segnano una flessione pari al -22,9%.

Permane la distanza dai livelli produttivi precedenti all’emergenza sanitaria

“Prosegue a giugno la ripresa della produzione industriale con un aumento mensile, al netto della stagionalità, dell’8,2%, che segue quello eccezionale registrato a maggio (+41,6%) – commenta l’Istat – dopo il crollo dovuto all’emergenza Covid-19. Tutti i comparti sono in crescita congiunturale – prosegue l’Istat – a eccezione di quello della produzione di prodotti farmaceutici di base e preparati farmaceutici, in leggera flessione. Sebbene in recupero, i livelli produttivi restano ancora distanti da quelli prevalenti prima dei provvedimenti legati all’emergenza sanitaria – sottolinea ancora l’Istituto nazionale di statistica  -. Rispetto a gennaio la produzione risulta inferiore, al netto dei fattori stagionali, di oltre 13 punti percentuali”.

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Google rimuove 106 estensioni dannose di Chrome

I ricercatori di Avast, l’azienda produttrice del noto antivirus, annunciano di avere scoperto una campagna di sorveglianza globale in cui i criminali impiegano estensioni dannose del browser Google Chrome. Il fine è quello di rubare dati degli utenti e spiare oltre 100 reti. Secondo i ricercatori Avast le estensioni malevole potrebbero catturare di nascosto schermate, registrare sequenze di tasti, leggere gli appunti, e altro ancora. Threatpost, il sito indipendente di notizie relative alla sicurezza IT, ha riferito che i ricercatori di Avast sospettano che siano milioni gli utenti di Chrome a essere stati presi di mira. I settori più colpiti? Quelli dei servizi finanziari, quelli di petrolio e gas, oltre che i settori dei media e dell’intrattenimento, l’assistenza sanitaria e il settore farmaceutico, ma anche le organizzazioni governative. In ogni caso, Google ha rimosso le 106 estensioni malevole dal suo browser Web.

Falsi tool che convertono i file o avvisano gli utenti di un sito Web sospetto

Più in particolare, Threatpost riferisce che si tratta di estensioni gratuite, e commercializzate come tool del browser Chrome che convertono i file o avvisano gli utenti quando “arrivano” su un sito Web sospetto. Dopo aver letto il rapporto, Google ha quindi rimosso le 106 estensioni del browser dal Chrome Web Store. I ricercatori sostengono inoltre che il servizio di registrazione di domini con sede in Israele CommuniGal Communication Ltd. (GalComm) abbia partecipato a queste operazioni segrete.

Molte estensioni malevole utilizzano domini GalComm

In pratica, i ricercatori di Avast hanno rintracciato oltre un centinaio di estensioni dannose che utilizzano proprio domini GalComm come pagine di caricamento o server di comando e controllo. Moshe Fogel, proprietario di GalComm, ha però dichiarato a Reuters che la società non ha intrapreso alcuna attività illecita o malevola.

Usare solamente estensioni sviluppate da aziende note

I ricercatori di Avast raccomandano quindi di utilizzare solamente estensioni sviluppate da aziende note. “È normale che i criminali informatici prendano di mira Chrome, poiché è il leader nei browser con una quota di mercato del 68% – ha commentato Luis Corrons, esperto di Avast Security -. Per quanto riguarda le estensioni, è meglio se ci limitiamo a quelle sviluppate da aziende note. Esistono anche altre soluzioni, come Avast Secure Browser”. Si tratta di un browser Web sviluppato da Avast, che si concentra sulla sicurezza e la privacy di Internet. Si basa su Chromium, ed è disponibile per Microsoft Windows, macOS e Android.

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Social e politici veicolano le fake news. I dati del rapporto Reuters

Sono i social media la principale fonte di disinformazione, e i politici spesso ne rappresentano la fonte. Lo dimostrano i dati del Digital News Report 2020 del Reuters Institute e dell’Università di Oxford che, in collaborazione con YouGov, ha raccolto le interviste a oltre 80 mila persone di 40 Paesi, tra cui l’Italia.

Più in dettaglio, dal rapporto emerge che per il 40% degli interpellati i social media sono il principale veicolo di notizie false, molto più dei siti di notizie (20%), delle app di messaggistica (14%), e dei motori di ricerca come Google (10%). Nella maggioranza dei Paesi considerati dal rapporto gli utenti sono più preoccupati di Facebook (29%) rispetto alle altre piattaforme, mentre in Brasile Messico, Malesia e Cile gli utenti sono più preoccupati delle app di messaggistica.

Politici, attivisti, giornalisti sul podio della disinformazione

Secondo il rapporto i politici nazionali sono considerati fonte di disinformazione nel 40% dei casi, e per il 52% degli utenti i social media dovrebbero riportare anche le loro dichiarazioni imprecise, perché “è importante sapere cosa hanno detto”. Dopo i politici, gli utenti considerano fonte di disinformazione gli attivisti (14%), i giornalisti e le persone comuni, entrambi al 13%, seguiti dai governi stranieri (10%). Gli utenti non sono invece favorevoli al fatto che le piattaforme social ospitino le pubblicità politiche perché possono essere poco accurate. Questo perché il 56% degli intervisti è interessato a ciò che è vero o falso riguardo le notizie che legge su Internet, riporta Ansa.

Italia al 30° posto per fiducia nelle news

Inoltre, meno di quattro persone su dieci (38%) affermano di fidarsi della maggior parte delle notizie per la maggior parte del tempo: un calo di quattro punti percentuali rispetto al 2019. In Italia, coloro che si fidano delle news sono poco più di un quarto (29%), ben undici punti percentuali in meno. Un dato che ci colloca in 30a posizione sui 40 Paesi presi in considerazione, e nelle ultime posizioni in Europa. Solo 6 Paesi su 40 hanno livelli di fiducia superiori al 50%.

Il 60% preferisce notizie più imparziali La maggioranza delle persone (60%) sostiene poi di preferire notizie che non hanno un particolare punto di vista, ovvero il più possibile fattuali. E solo una minoranza (28%) preferisce notizie che condividono o rafforzano le loro opinioni. Al contrario, una preferenza per notizie più parziali è più forte in Spagna, Francia e paradossalmente anche in Italia. Si tratta di Paesi che i ricercatori del Reuters Institute hanno definito pluralisti polarizzato, riferisce Datamediahub.

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Agenzia delle Entrate, un vademecum per spiegare le misure del Dl Rilancio

Dalle agevolazioni per la casa ai contributi a fondo perduto, degli aiuti per la sanificazione alla sospensione delle cartelle di pagamento: l’Agenzia delle Entrate si avvicina a cittadini e imprese mettendo a disposizione un pratico vademecum per spiegare a tutte le categorie di italiani le misure fiscali del Dl Rilancio. Il pdf che illustra tutti i punti è già online sul sito dell’Agenzia: in modo semplice e schematico, spiega le disposizioni contenute nel Dl n. 34/2020, che prevede misure urgenti in materia di salute, sostegno al lavoro e all’economia e di politiche sociali connesse all’emergenza epidemiologica da Covid-19. In particolare, sono sintetizzate tutte le novità di carattere fiscale e descritti i bonus e le agevolazioni introdotte dal decreto legge per aiutare famiglie e imprese a fronteggiare i problemi causati dal coronavirus.

Aiuti per adeguamento e sanificazione dei luoghi di lavoro

Imprese e lavoratori autonomi che esercitano la loro attività in luoghi aperti al pubblico possono usufruire del credito d’imposta pari al 60% delle spese sostenute per l’adeguamento alle prescrizioni sanitarie e alle misure di contenimento contro la diffusione da Covid-19, la sanificazione degli ambienti e degli strumenti utilizzati e per l’acquisto di dispositivi di protezione individuale atti a garantire la salute di lavori ed utenti.

I bonus per casa, energia e vacanze 

Per i cittadini, sono stati messi in campo numerosi bonus. Si tratta di detrazioni per interventi di efficienza energetica, di riduzione del rischio sismico e per l’installazione di impianti fotovoltaici e di infrastrutture di ricarica per veicoli elettrici, che passano al 110% per le spese sostenute dal 1° luglio 2020 al 31 dicembre 2021. Le detrazioni possono essere fruite in 5 rate annuali di pari importo oppure si può optare per la trasformazione in credito d’imposta o sconto per l’importo corrispondente alla detrazione. “I nuclei familiari con ISEE in corso di validità non superiore a 40mila euro possono usufruire anche di un credito, fino a 500 euro, utilizzabile per il pagamento dei servizi offerti dalle imprese turistico ricettive, bed&breakfast e agriturismi. Per i nuclei familiari composti da due persone l’importo del credito è di 300 euro, per quelli composti da una sola persona è 150 euro”.

Contributi a fondo perduto per le Pmi

Piccole e medie imprese e autonomi titolari di partita Iva “che nel mese di aprile 2020 hanno avuto un fatturato inferiore ai 2/3 di quello di aprile 2019 possono richiedere dei contributi a fondo perduto. Il contributo riconosciuto non concorrerà alla formazione della base imponibile delle imposte sui redditi, né alla formazione del valore della produzione netta, ai fini Irap. A proposito di Irap, l’Agenzia ricorda che gli imprenditori e i lavoratori autonomi con ricavi o compensi che non hanno superato i 250 milioni di euro nel periodo d’imposta precedente non dovranno versare il saldo 2019 e la prima rata dell’acconto 2020”. Per quanto riguarda i canoni di locazione degli immobili a uso non abitativo, è previsto un bonus del 60% del canone di locazione versato per i mesi di marzo, aprile e maggio 2020.

Sospensione cartelle di pagamento

Infine, il vademecum precisa che con il decreto è stata disposta la sospensione fino al 31 agosto dei termini di versamento derivanti da cartelle di pagamento, avvisi di addebito e avvisi di accertamento affidati all’Agente della riscossione. La sospensione riguarda anche la notifica di nuove cartelle e degli altri atti di riscossione. Le rate 2020 della “rottamazione-ter” e del “saldo e stralcio”, se non versate alle relative scadenze, potranno essere pagate entro il 10 dicembre senza perdere le agevolazioni previste e senza oneri aggiuntivi. E’ anche prevista la possibilità di rateizzare i debiti relativi a piani di pagamento della “rottamazioni-ter” o del “saldo e stralcio” decaduti per mancato versamento delle rate scadute nel 2019.

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Vetro ed economia circolare, è riciclabile oltre il 76%

Il tasso di riciclo del vetro da imballaggio è del 76,3% ed è ampiamente superiore a quello richiesto dalla normativa italiana (66%) ed europea (75% entro il 2030). Il vetro quindi è un materiale campione dell’economia circolare. Grazie al sistema di raccolta differenziata il vetro può essere recuperato e reimmesso nel ciclo produttivo infinite volte. Nel 2018, l’immesso al consumo di imballaggi in vetro è cresciuto dell’1,7%, la raccolta dell’8,4%, e la quantità di rifiuti d’imballaggio in vetro riciclato è cresciuta del 6,6%. È quanto risulta dal primo Rapporto di Sostenibilità di Assovetro, l’Associazione Nazionale degli Industriali del Vetro aderente a Confindustria, realizzato da Ergo, Spin off dell’Università Sant’Anna di Pisa.

Aumentano gli investimenti in innovazione e tecnologie

Nel triennio 2016-2018 la produzione delle aziende rilevate dal Rapporto è cresciuta di quasi 4,4 milioni di tonnellate, in aumento dell’8,2% rispetto al 2016. E nel triennio è cresciuto anche il loro fatturato complessivo (+6%), realizzato prevalentemente con vendite in Italia, con una quota pari al 60% circa, riporta Adnkronos. Le spese per l’energia, che nel 2018 hanno inciso per il 15,3%, costituiscono una delle principali componenti del costo del prodotto, mentre gli investimenti sostenuti per gli impianti di produzione sono fra i principali indicatori dell’orientamento strategico dell’industria del vetro.

Tra il 2016-2018 sono stati investiti oltre 298 milioni di euro negli impianti, e i costi sostenuti per la ricerca e sviluppo sono aumentati del 5,6%, con 33 milioni investiti in ambiente e sicurezza.

Le performance ambientali

La produzione di vetro è un’attività energivora in quanto, per essere fuso, il vetro deve raggiungere alte temperature. L’indicatore di prestazione energetica è rimasto costante nel triennio e pari complessivamente a 0,17 Tep / Ton di vetro fuso. La percentuale di energia rinnovabile risulta però in netta crescita, dal 15,37% registrato nel 2016 al 26,20% del 2018, mentre le emissioni di CO2 hanno un andamento pressoché stabile tra il 2017 e il 2018 e in diminuzione rispetto al 2016 (-70% rispetto a 40 anni fa). In calo le emissioni di SOx. Inoltre, i consumi idrici si sono ridotti significativamente, e attualmente l’utilizzo di acqua riciclata è superiore al 44% dei consumi idrici totali.

Sostenibilità sociale, cresce l’occupazione

A fine 2018 le aziende italiane del vetro cavo e del vetro piano contavano complessivamente 11.277 addetti (+1,4% rispetto al 2016). I due comparti si caratterizzano per la netta prevalenza di forme contrattuali stabili (quasi il 90%). L’industria del vetro sta poi cercando di colmare il gender gap, tanto che gli impiegati la percentuale delle donne è del 24,2%, mentre la presenza delle donne tra i dirigenti e i quadri è del 19,5%. La formazione per la preparazione professionale e la sicurezza degli addetti è oggetto di particolare attenzione. Nel triennio 2016-18 sono state erogate 14,3 ore annue di formazione medie pro capite, con un picco di 16,5 ore nel 2017.

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Più fiducia per le aziende, ora puntano su formazione e nuove assunzioni

Le previsioni per l’anno appena iniziato sono positive, non solo in termini di assunzioni previste dalle aziende, ma anche di investimento nel capitale umano. Se nel 2019 le aziende hanno ritrovato la fiducia necessaria a guardare al futuro ora puntano sulla formazione dei dipendenti e su nuove assunzioni. Almeno, secondo l’indagine sui trend del mercato del lavoro 2020 condotta dalla piattaforma di recruiting InfoJobs, su un campione rappresentativo di aziende iscritte al portale. Nel 2019 il numero delle aziende iscritte alla piattaforma che hanno inserito nuove risorse è infatti cresciuto del 13% rispetto all’anno precedente.

Le medie aziende sono le più ottimiste

Secondo l’indagine InfoJobs, il 58% delle aziende si dichiara pronto ad assumere nuove risorse in numero limitato, mentre il 23% ha in piano di inserire in modo sostanzioso nuove figure perché fiducioso in una ripresa del proprio settore. Le più ottimiste, sembrano le medie aziende, quelle che contano tra 250 e 500 dipendenti, e che assumeranno in maniera consistente nel 66% dei casi.

Nell’analisi dei trend Hr più rilevanti per il mercato del lavoro nel 2020 emerge inoltre come le aziende siano sempre più orientate a una visione human-centric, sia dal punto di vista della formazione dei talenti già presenti in azienda sia della possibilità di sfruttare la crescita digitale e gli sviluppi tecnologici a servizio dell’uomo.

Utilizzare il digitale per valorizzare il capitale umano

Per il 32% delle aziende il trend più marcato che emergerà quest’anno è quello di utilizzare al meglio il digitale per valorizzare il capitale umano, rendendolo un mezzo con cui raggiungere in maniera efficace i risultati e liberare tempo per attività ad alto valore aggiunto, dove la componente umana fa sempre la differenza. “Ci troviamo ad affrontare uno scenario lavorativo altamente competitivo, incerto, in continua evoluzione – commenta Filippo Saini, head of job di InfoJobs -. Sapersi distinguere ed essere in grado di affrontare i cambiamenti in maniera agile diventa quindi fondamentale, ed è qui che entra in gioco il capitale umano, con le persone e le loro competenze al centro della scena”.

Creare un ecosistema in cui vengono condivisi valori e obiettivi comuni

“Quello che le nostre aziende ci descrivono è un 2020 dove l’uomo ritorna protagonista – continua Saini – dove le risorse umane sono l’asset primario e la tecnologia il mezzo che permette di sceglierle, formarle e nutrirle costantemente, per creare un ecosistema in cui a ogni livello vengono condivisi valori e obiettivi comuni”. Una premessa fondamentale per una vera “organizzazione liquida”, che aumenta l’engagement dei dipendenti e attrae nuovi talenti.

“Stiamo assistendo – aggiunge Saini – alla nascita di un nuovo tipo di azienda, più umanizzata e purpose driven, in cui lo scopo per cui si fa business diventerà sempre più rilevante per il business stesso”.

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Impresa 4.0, puntare su digitale per competere

La conoscenza tecnologica è essenziale per le imprese della quarta rivoluzione industriale. E quasi un’impresa italiana su tre ha realizzato, o programma di realizzare, corsi di formazione 4.0 per il personale. Nei percorsi formativi avviati gli imprenditori hanno puntato soprattutto su dirigenti e manager (62%) e responsabili di processo (57%), mentre in misura minore operai e addetti ai processi di produzione (30%). Da quanto emerge dal test di autovalutazione sulla maturità digitale Selfi 4.0, il 64% degli imprenditori non ha però ancora valutato la possibilità di avviare attività formative per favorire la digital transformation.

Disporre di figure qualificate per cogliere i vantaggi della trasformazione digitale

Le Camere di commercio 3 anni fa hanno avviato un programma formativo  coinvolgendo 600 dipendenti camerali sui temi dell’innovazione, 275 dei quali hanno ottenuto la certificazione sulle competenze digitali. Il test Selfi 4.0 ha riguardato quasi 15mila imprese, ed è stato condotto dai Punti impresa digitale, la rete delle Camere di commercio realizzata per supportare le Pmi nell’adozione delle tecnologie abilitanti.  E secondo il segretario generale di Unioncamere, Giuseppe Tripoli, “occorre iniziare una nuova fase che incoraggi la formazione per disporre di figure qualificate capaci di cogliere appieno i vantaggi di questa trasformazione digitale”.

Diecimila imprese sono ritardo nel cavalcare la new digital wave

Solo 1 impresa su però 10 ha realizzato corsi di formazione sulle tematiche 4.0, mentre il 25% pensa di farlo nei prossimi 12 mesi. Si stratta generalmente di imprese che hanno un buon livello di maturità digitale, e che hanno già proceduto a digitalizzare buona parte dei processi. Le restanti 10mila imprese che invece non hanno ancora considerato la possibilità di realizzare attività formative specifiche, mostrano al test di autovalutazione Selfi 4.0 un certo ritardo nel cavalcare la new digital wave, collocandosi nelle prime fasi del processo di digitalizzazione.

Cybersicurezza, e-commerce, cloud al centro delle attività formative

Cybersicurezza, e-commerce, cloud, e più in generale, le nuove tecnologie software, sono le tematiche al centro delle attività formative per il 65% delle imprese. Seguono, i sistemi di gestione e analisi dei dati, come Big data e interscambio di dati tra sistemi informativi (edi) (36%), le tecnologie hardware, come robotica, realtà aumentata e realtà virtuale (33%), l’integrazione orizzontale e verticale, con l’IoT e i sistemi di tracing & tracking (31%). Il percorso di formazione patrocinato dall’Agenzia per l’Italia digitale (Agid), riporta Adnkronos, ha affrontato temi che vanno dal project management alla trasformazione digitale, l’open data, la sicurezza dei dati al cambiamento tra social e IoT alla comprensione dell’approccio e l’innovazione digitale. Ma anche dal business intelligence, big Data e open Data, fino ai temi sulla sicurezza e sulla User Experience, per migliorare l’interazione tra erogazione dei servizi e tecnologia

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Per i brand il GDPR rende più difficile la gestione dei domini

Il report internazionale pubblicato da MarkMonitor parla chiaro: per quasi 6 marketer su 10 (58%) il GDPR ha avuto un forte impatto sul loro approccio alla gestione dei domini e alla loro sicurezza. Dall’entrata in vigore del GDPR il 28% dei brand ha infatti dovuto richiedere l’assistenza di consulenza esterna per rendere conforme alla normativa le proprie strategie, e il 18% trova ancora più difficoltà nel combattere le violazioni. Il report della società di Clarivate Analytics, specializzata nella protezione del brand aziendale, è stato condotto su un campione di 700 decision maker nei settori marketing legale e IT provenienti da Italia, Francia, Germania, Stati Uniti e Regno Unito.

Priorità assoluta, massimizzazione del traffico. Poi, la sicurezza

Secondo il report, la Brexit, al contrario, non ha avuto un impatto così forte come il GDPR, tanto che il 61% degli intervistati sostiene che la Brexit non ha avuto alcun impatto sulla propria strategia di dominio. In questo contesto, il 38% degli intervistati ha affermato che l’aumento delle minacce informatiche ha cambiato o sta modificando la propria strategia di dominio. Questa cifra evidenzia la crescente importanza della sicurezza, poiché il 18% dei marketer sostiene di aver subito un attacco informatico diretto al proprio dominio.

In questo scenario resta come priorità assoluta nella gestione dei domini la massimizzazione del traffico mentre la sicurezza si colloca al secondo posto.

Motivazione principale per la strategia di registrazione, il lancio di nuovi prodotti e servizi

Allo stesso modo, il 62% dei marketer afferma che la motivazione principale alla base della propria strategia di registrazione di un dominio è il lancio di nuovi prodotti e servizi, e solo il 23% afferma di effettuare registrazioni allo scopo di attenuare l’abuso del brand.

“I risultati della ricerca mostrano che i brand, e i marketer in particolare, sono consapevoli dell’importanza di questi fattori e di come possano influenzare la gestione dei domini – spiega  Chrissie Jamieson, VP marketing di MarkMonitor – nonostante qualche incongruenza nel modo in cui questa viene effettuata”.

L’organizzazione si muove a compartimenti stagni

È stato chiesto poi ai marketer quale tipo di approccio stiano utilizzando per la gestione dei domini. E molti di loro affermano che la propria organizzazione si stia muovendo a compartimenti stagni, ammettendo che la responsabilità è affidata a un solo dipartimento, e di come in alcuni casi, la responsabilità ricada su di un solo dipendente. Il 27% dei marketer afferma inoltre che è il loro dipartimento a essere responsabile della gestione dei domini, seguito dall’IT (27%) e dalle operazioni (12%). Solo il 22% dei brand conferma l’approccio combinato utilizzato dalla propria azienda.

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