Lo smartphone di Google legge, ascolta e parla al posto nostro

Le nuove soluzioni sviluppate da Google per i dispositivi mobili con i sistemi Android migliorano la fruibilità, al punto che ora per leggere un’email non servono gli occhi e per conversare al telefono non è necessario l’udito. In pratica, grazie all’intelligenza artificiale lo smartphone ora può leggere, ascoltare e parlare al posto nostro. E per chi soffre di disabilità lo smartphone ora rende assai più accessibile l’esperienza quotidiana del mondo.

“Stiamo entrando in una nuova Età dell’oro, grazie ai progressi dell’intelligenza artificiale e dell’apprendimento automatico, combinati alla possibilità di far vivere sul telefono gli algoritmi che un tempo operavano solo nei grandi cloud – spiega Brian Kemler, responsabile della suite Accessibilità di Google – così abbiamo nuove funzioni disponibili anche offline, non solo per chi ha disabilità, ma potenzialmente per tutti”.

Live Caption, TalkBack e l’accesso vocale

Un esempio è la funzionalità LiveCaption, che sottotitola in automatico i contenuti multimediali riprodotti sul telefono, utile per chi ha problemi di udito. Ma che potrebbe essere usata anche per vedere i video sul telefono se sprovvisti di auricolari.

“L’amplificatore – sottolinea Kemler – collegabile all’apparecchio acustico così come alle cuffie, potrebbe permetterci di ascoltare meglio un film senza disturbare chi ci sta accanto”. TalkBack, invece, esegue la lettura vocale dello schermo, e “ci permetterebbe di usare il telefono senza distrarci durante la guida dell’auto”, aggiunge Kemler.

L’accesso vocale, invece, consente di interagire col dispositivo senza toccare lo schermo, e potrebbe essere utile, ad esempio, “anche per cercare una ricetta online quando cuciniamo e abbiamo le mani sporche”, continua Kemler.

Il curb cut effect, ovvero cioè che nasce per pochi diventa per tutti

Quello che nasce per pochi diventa per tutti. Gli esperti del colosso di Mountain View lo chiamano “curb cut effect”, riferendosi agli scivoli dei marciapiedi che oggi usiamo tutti per portare più comodamente passeggini e valigie, ma che in origine sono stati pensati per aiutare i disabili. Lo stesso accade con le nuove tecnologie, che diventano sempre più fruibili grazie agli adattamenti sviluppati pensando al miliardo di persone che convivono con una disabilità, temporanea o permanente.

Il diritto all’accessibilità

“L’accessibilità è un diritto umano: il cuore della nostra missione non è solo rendere accessibili i prodotti, ma l’esperienza del web e del mondo, per rendere i disabili più autonomi e migliorare la loro interazione con le persone vicine”, spiega ancora Kemler.

Lo testimonia l’esperienza della giovane Geneviève Pedrini, ipovedente dalla nascita, ormai nota campionessa paraolimpica di slalom gigante e violoncellista, da poco laureata con una tesi in Musicologia dedicata proprio all’accessibilità. “Grazie alla tecnologia ora posso fare cose che un tempo pensavo impossibili – afferma Geneviève Pedrini – posso muovermi in autonomia percorrendo anche strade sconosciute, posso navigare in Internet e postare contenuti sui social da sola, posso lavorare meglio grazie ai lettori dello schermo. Ci sono ancora molte criticità, ma l’approccio delle aziende che sviluppano questi prodotti sta cambiando”.

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Come affrontare le dimissioni? Il decalogo degli esperti

Se in America un manager cambia lavoro in media ogni 4 anni in Italia la tendenza è ormai simile. Questo significa che un professionista deve affrontare la cosiddetta “I quit conversation” con il proprio capo almeno una decina di volte nella vita. Se cambiare lavoro è di per sé un evento stressante, altrettanto è doverlo comunicare al proprio capo. Come affrontare allora il momento delle dimissioni? Wyser, società di Gi Group che si occupa di ricerca e selezione di profili manageriali, ha preparato un vademecum per aiutare i manager e i dipendenti ad affrontare e gestire questo delicato momento della vita professionale.

La premessa a un periodo di crescita professionale

Le dimissioni spesso vengono percepite con un’accezione negativa, e possono essere fonte di ansia. “In realtà – commenta Carlo Caporale, amministratore delegato di Wyser Italia – sulla base della nostra esperienza con i manager possiamo affermare che, se ben ponderate, sono la premessa a un periodo di crescita professionale e anche di maggior soddisfazione, non solo economica”.

Non si tratta ovviamente di casi di job hopping, ovvero di chi tende a cambiare lavoro troppo spesso, “ma di opportunità di carriera di fronte alle quali sosteniamo un professionista che decide di coglierle”, puntualizza Caporale.

Non fornire troppi dettagli sulla nuova azienda

Il primo punto del “decalogo” di Wyser è quello di ricordarsi sempre che non si è né i primi né gli ultimi ad annunciare le dimissioni. Il proprio capo avrà già affrontato questo discorso, probabilmente da entrambi i punti di vista, riferisce Adnkronos. Inoltre, è bene non farne parola con i colleghi prima di averlo comunicato al responsabile e alle HR. E alla domanda “Dove andrai?” rispondere sempre in modo trasparente, ma senza fornire troppi dettagli. Ovviamente, se si va da un competitor limitarsi a fornire qualche informazione su progetti e attività, ma senza fare nomi.

Garantire un po’ più di tempo per il passaggio di consegne e mantenere gli standard lavorativi, ovviamente, sono due atteggiamenti premianti. Quindi, portare sempre a termine i progetti intrapresi, ed essere produttivi fino all’ultimo.

Il mondo del lavoro è piccolo, meglio lasciarsi nel migliore dei modi

Se si è arrivati al punto di dare le dimissioni, non sarà un aumento retributivo a fare stare meglio dove non si vuole più rimanere. Ma non minacciare mai di andare via solo per ottenere qualcosa in più. Sarà anche un metodo efficace, ma non è professionale. Ottavo consiglio di Wyser: porta via con te i sassolini nelle scarpe. A volte può essere un sollievo, ma ciò non autorizza a dare sfogo a incomprensioni passate. Il mondo del lavoro è piccolo. Meglio lasciarsi nel migliore dei modi.

In ogni caso, il passaggio di carriera da un’azienda all’altra può essere facilitato dalla consulenza di un professionista. Se necessario, non esitare ad affidarsi a chi è più esperto in questo iter.

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Tra le 200 migliori università del mondo anche tre italiane

Secondo la classifica Times Higher Education World University Rankings 2020 sono tre gli atenei italiani tra i migliori 200 del mondo: la Scuola Superiore Sant’Anna, la Scuola Normale Superiore, e l’Università di Bologna.

La classifica, diffusa dalla rivista britannica indipendente specializzata nella valutazione dei sistemi universitari internazionali, mostra che l’Italia è il terzo Paese europeo più rappresentato in classifica, e l’ottavo a livello mondiale.

“È incoraggiante vedere le migliori università italiane in posizioni di forza nella top 200 – commenta Ellie Bothwell, curatrice della classifica – ma perché l’educazione superiore italiana possa prosperare è necessario che questi miglioramenti si vedano in tutte le università, da nord a sud, e non solo in un piccolo numero di istituzioni selezionate”.

Scuola Superiore Sant’Anna, Scuola Normale Superiore, Università di Bologna al top

I due atenei pisani sono saliti rispettivamente di 4 e 9 gradini, classificandosi alla 149a posizione (Sant’Anna) e alla 152a (Normale), mentre l’Università di Bologna è balzata dalla posizione 180 alla 168. Tra i primi 300 atenei al mondo anche l’Università di Padova, l’Università Vita-Salute San Raffaele e la Sapienza di Roma. Nella classifica sono 45 gli atenei italiani, due in più dell’anno scorso, su un totale di 1.396 università di 92 Paesi, valutate per insegnamento, trasferimento tecnologico, ricerca, impatto delle citazioni scientifiche e internazionalizzazione dello staff accademico.

L’Università di Oxford in testa per il quarto anno consecutivo

Nella top ten degli atenei mondiali, riporta Ansa, l’Università di Oxford è in testa per il quarto anno consecutivo, seguita al secondo posto dal California Institute of Technology, che risale dalla 5a posizione, mentre la medaglia di bronzo va ancora alla Gran Bretagna, con l’Università di Cambridge.

Seguono poi la Stanford University, il Massachusetts Institute of Technology (MIT), Princeton, Harvard, Yale, l’Università di Chicago e l’Imperial College di Londra.

Oltre la metà degli atenei nella top 200 sono europei

Nella top 200 l’Europa è il continente più rappresentato, con oltre la metà degli atenei in classifica, anche se molti degli istituti hanno perso posizioni a causa della concorrenza di Asia e Stati Uniti. Nella classifica globale, una delle scalate più poderose è stata fatta invece dall’Iran, che con 40 università ha sorpassato Australia, Francia, Russia e Taiwan.

Il Brasile, con 46 istituti, ha superato Italia e Spagna, mentre il Giappone è il Paese più rappresentato per l’Asia, e il secondo al mondo dopo gli Stati Uniti.

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Perdita d’acqua e termografia

Una delle situazioni più spiacevoli che possa capitare in casa è quella di scoprire che vi è una perdita nell’impianto idrico e dell’acqua che piano piano sta infiltrandosi, scavando e cercando di raggiungere anche gli appartamenti sottostanti. Riuscire a porre rimedio in maniera autonoma è praticamente impossibile, anche perché la cosa più difficile è riuscire a capire dove si trova esattamente la perdita, considerando che i tubi possono trovarsi sotto il pavimento o all’interno dei muri.

Per questo motivo si preferisce contattare una ditta specializzata che possa risolvere la situazione in maniera rapida e non invasiva. Vi.Ro Impianti è un’azienda specializzata il cui approccio è assolutamente non distruttivo, il che significa che per andare alla ricerca della perdita questa azienda non opera sollevando pavimenti o effettuando grandi varchi nei muri, ma si avvale della più moderna tecnologia di settore che consente di individuare in maniera assolutamente precisa il punto in cui la perdita avviene prima ancora di aver effettuato ogni tipo di operazione. Grazie alla termografia che Vi.Ro Impianti adopera è ad esempio possibile individuare molto velocemente il punto esatto in cui avviene la perdita e a questo punto operare in maniera poco invasiva e rapida, il che ha un duplice vantaggio: il fatto di non dover effettuare grandi lavori a livello edile fa sì che i costi dell’intervento siano più bassi, ed in secondo luogo riuscire a rimediare alla perdita in maniera rapida fa sì che non si vadano a creare problematiche agli appartamenti sottostanti, i quali potrebbero essere interessati da gocciolamento dovuto appunto alla perdita che avviene al piano di sopra. Vi.Ro Impianti si occupa dunque di ricerca perdite acqua e lo fa servendosi della più moderna strumentazione di settore, il che consente di riuscire ad offrire servizi di grande qualità a prezzi in linea con quelli di mercato e assolutamente risolutivi.

Sono 2 milioni i contratti per diplomati e laureati

Anche a metà 2019 sembrano confermate le indicazioni positive sui nuovi contratti che le imprese intendevano stipulare nel 2018. E su un totale di 2 milioni di nuovi contratti di lavoro per giovani diplomati e laureati sono circa 1,6 milioni quelli destinati ai diplomati, mentre per chi è in possesso di una laurea la quota dei contratti dovrebbe superare il numero di 550 mila. Ma cosa fare dopo il diploma? È meglio scegliere di iscriversi all’Università o cercare subito un lavoro? E se si sceglie di proporsi sul mercato del lavoro, su quale professione puntare? Per aiutare i giovani nell’orientamento tra scuola e lavoro arriva uno studio del Sistema informativo Excelsior, realizzato da Unioncamere in collaborazione con Anpal.

Nel 2018 dei circa 551.000 laureati richiesti 195.000 era di difficile reperimento

Secondo lo studio, quest’anno per i laureati ci sono buone opportunità di trovare un impiego. Per Unioncamere infatti si dovrebbe superare la quota di 550 mila contratti in cui è richiesto il possesso di una laurea. La richiesta da parte delle imprese interessa principalmente gli indirizzi economico e, a seguire, ingegneria, insegnamento e formazione e sanitario e paramedico. Nel 2018, però, dei circa 551.000 dottori richiesti dal mercato del lavoro, ben 195.000 era di difficile reperimento. Le difficoltà di reperimento per i profili di sbocco dei laureati sono infatti spesso elevate, e sono pari al 48,4% per gli specialisti nei rapporti con il mercato, al 52,5% per gli ingegneri energetici e meccanici, e al 64,8% per gli analisti e progettisti di software.

Amministrativi, finanziari e marketing i diplomi più ricercati

Tra i diplomi più richiesti dalle imprese spiccano invece quelli a indirizzo amministrativo, finanziario e marketing, seguiti dall’indirizzo meccanico e meccatronico, dal settore turistico ed enogastronomico, dall’elettronica ed elettrotecnica e dall’informatica e telecomunicazioni. Tra le professioni di sbocco per i diplomati, il 51,8% dei disegnatori industriali è difficile da reperire, ma difficoltà anche superiori si registrano per i tecnici elettronici (57,7%) agenti assicurativi e per gli elettrotecnici (71,5%). Tra i settori produttivi che richiedono laureati, riporta Adnkronos, la maggior parte delle richieste proviene dai servizi alle imprese, seguiti dai servizi alle persone, dall’industria manifatturiera, dal commercio, dalle costruzioni, dal turismo.

La difficoltà di reperimento è passata dal 21,5% nel 2017 al 26,3% del 2019

In base ai dati di Excelsior, la difficoltà di reperimento è passata dal 21,5% nel 2017 al 26,3% del 2019. Non si tratta solo dei cosiddetti lavori rifiutati, ovvero quelli più instabili sviluppati nell’ambito della gig economy. Unioncamere sottolinea che se è difficile trovare un diplomato su cinque, un laureato su tre è di difficile reperimento.  Le motivazioni più comuni alla difficoltà di trovare le figure richieste sono tre, riferisce Il Sole24Ore, offerta inferiore alla domanda, possesso di competenze non adeguate a quelle richieste dal mercato, e mancanza di persone con caratteristiche personali adatte alla professione offerta, o totalmente prive di esperienza. E questo vale per il 10% per i diplomati, e per l’8% per i laureati.

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Con la Cie servizi più rapidi e sicuri in tutta l’Ue

Il Cooperation Network Eidas (Electronic identification authentication and signature) ha valutato lo schema di identità digitale basato sulla carta d’identità elettronica come adeguato per il livello di sicurezza High, il massimo previsto dal regolamento europeo 910 del 2014.

Il ministero dell’Interno, l’Agenzia per l’Italia digitale, il Team per la Trasformazione digitale e il Poligrafico dello Stato hanno completato il percorso che attesta quindi la Carta di identità elettronica (Cie) italiana come lo strumento di identificazione digitale e di accesso ai servizi online erogati dai Paesi in ambito comunitario al massimo livello di sicurezza.

Tanti servizi con un unico strumento

Gli italiani ora dispongono di uno strumento estremamente evoluto in ambito europeo, perché la Cie permette l’identificazione sicura del cittadino, l’accesso a servizi fiduciari in ambito europeo, l’accesso fisico presso i tornelli abilitati e ai mezzi di trasporto. Un unico strumento, leggero e immediato, consentirà perciò di usufruire di numerosi servizi presso enti pubblici e privati a livello europeo, riporta Askanews.

La Cie, comunica il Poligrafico, “realizza così un ulteriore passo avanti verso l’interoperabilità europea delle identità digitali e la formazione di un mercato unico europeo per un consolidamento di una vera e propria identità europea”.

“Realizzato un nuovo diritto di cittadinanza”

“È il raggiungimento di un traguardo – sottolinea Andrea Polichetti, direttore centrale per i Servizi demografici del ministero dell’Interno – per la centralità del cittadino nei servizi delle pubbliche amministrazioni. L’accesso alle informazioni e ai servizi digitali dell’Unione Europea, tramite la Cie, realizza un nuovo diritto di cittadinanza”.

Con il riconoscimento della Carta d’identità elettronica come strumento sicuro di accesso ai servizi delle pubbliche amministrazioni dei paesi europei, l’Italia compie un passo decisivo per ottenere lo status digitale di cittadino comunitario. “Il Poligrafico è orgoglioso di contribuire in modo determinante allo sviluppo della Cie – aggiunge l’amministratore delegato del Poligrafico, Paolo Aielli – per permettere ai cittadini italiani la tutela della loro identità digitale”.

“Un traguardo verso la fruibilità dei servizi digitali nello spazio economico europeo”

Per l’Agenzia per l’Italia digitale si tratta di un risultato importante, che conclude il percorso avviato a gennaio 2019 per l’attuazione del regolamento Eidas (Electronic Identification, Authentication and trust Services), anche grazie alla presenza dell’Italia ai tavoli di lavoro.

Un percorso che ora si affianca a quanto già compiuto per l’utilizzo di Spid in tutti gli stati membri. “Un traguardo raggiunto – commenta Teresa Alvaro, direttore generale dell’Agenzia per l’Italia digitale – verso la fruibilità dei servizi digitali nello spazio economico europeo”.

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Spiati attraverso Whatsapp. La società invita ad aggiornare l’app

Whatsapp invita con urgenza i suoi utenti ad aggiornare l’app. Dopo aver scoperto una falla nei suoi sistemi l’app di messaggistica istantanea di proprietà di Facebook lancia l’allarme: la società israeliana Nso Group avrebbe fornito software di spionaggio a governi illiberali al fine di monitorare i telefoni di attivisti per i diritti umani. Secondo quanto riportato dal Financial Times, i ricercatori hanno scoperto che lo poteva essere installato su dispositivi Android e iOS con la semplice esecuzione di una telefonata via Whatsapp. L’infezione, spiegano i ricercatori, avviene anche se il bersaglio non risponde alla chiamata. Ma come verificare se anche il nostro telefono è stato “bucato”?

Pegasus, lo spywere che assume il controllo dei dispositivi mobili

Il software sviluppato da Nso Group, riporta Agi, si chiama Pegasus e nel 2016 era possibile installarlo su dieci dispositivi per 650 mila dollari, più 500 mila dollari di servizio tecnico. A rivelarlo, quattro anni fa, un’inchiesta del New York Times, che investigava sull’impiego di questo spyware da parte degli Emirati Arabi Uniti, accusati di averlo utilizzato per tracciare degli attivisti per i diritti umani. Messaggi, contatti, email, cronologia delle ricerche, posizione Gps: una volta installato Pegasus è in grado di accedere pressoché a qualunque informazione contenuta nel dispositivo mobile. Inoltre, il software può prendere il controllo di telecamera e microfono, così da registrare ulteriori informazioni che possono essere poi trasferite all’attaccante.

Attaccati i dispositivi di dissidenti, giornalisti e nutrizionisti

Stando a quanto dichiara l’azienda israeliana, Pegasus verrebbe venduto esclusivamente ad agenzie di intelligence statali e unicamente col fine di combattere il terrorismo e affiancare le autorità. Tuttavia il software venne trovato all’interno dello smartphone di un attivista per i diritti umani oggi in prigione negli Emirati Arabi Uniti. Da allora, scrive il Guardian, i medesimi strumenti sono stati scoperti anche all’interno dei dispositivi di dissidenti, giornalisti e anche nutrizionisti. Secondo i ricercatori di Whatsapp la vulnerabilità sarebbe stata utilizzata per spiare un avvocato londinese coinvolto in un processo contro l’Nso Group. Altre potenziali vittime sarebbero un cittadino del Qatar e un gruppo di attivisti e giornalisti messicani, scrive il New York Times. Ma la lista potrebbe essere molto più lunga.

Infezione propagata tramite la funzione di chiamata

Per capire se si è stati sottoposti a una misura di sorveglianza attraverso il medesimo tipo di attacco, è necessario aver notato in passato delle telefonate “strane” su Whatsapp. Gli attaccanti infatti sono stati a lungo in grado di trasferire lo spyware utilizzando la funzione di chiamata dell’app di messaggistica istantanea. Secondo quanto riferito dai ricercatori, il registro delle chiamate è stato spesso cancellato una volta avvenuta l’infezione. In questo caso l’unico modo per accorgersene sarebbe stato di vedere la chiamata nel momento in cui questa veniva inoltrata.

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Italia sui banchi di scuola: bocciata in istruzione

No, non ci siamo proprio, ameno per quanto riguarda il percorso scolastico dei nostri connazionali. L’Italia, infatti, è agli ultimi posti in Europa per numero di laureati, tasso di abbandono e competenze. L’uscita precoce dal sistema di istruzione e formazione è aumentata negli ultimi 2 anni attestandosi, nel 2018, al 14,5%. Rimangono notevoli differenze territoriali a svantaggio del Mezzogiorno e dei maschi. È quanto emerge dal Rapporto “SDGs 2019. Informazioni statistiche per l’Agenda 2030 in Italia” diffuso dall’Istat. Le competenze alfabetiche, numeriche e per la lingua inglese sono molto basse per alcuni gruppi di studenti. In Italia, la quota di ragazzi iscritti al terzo anno delle scuole secondarie di primo grado che non raggiungono la sufficienza è del 34,4% per le competenze alfabetiche, del 40,1% per la matematica. Una percentuale più elevata di ragazze si situa sotto la sufficienza nelle competenze matematiche (41,7% contro 38,5%) mentre per la lettura la situazione si inverte, 38,3% dei ragazzi contro 30,4% delle ragazze. Molte sono le differenze territoriali, di genere e di provenienza, spesso determinate da fattori che alimentano le disuguaglianze nell’accesso alle opportunità educative.

Al Sud la situazione è più critica

In base ai dati dell’Istat, le regioni che presentano le percentuali più alte di studenti con scarse competenze alfabetiche e numeriche sono Campania, Calabria e Sicilia. Tra i ragazzi che frequentano le seconde classi delle scuole superiori di secondo grado, il 33,5% non raggiunge un livello sufficiente nelle competenze alfabetiche e il 41,6% in quelle numeriche.

In Italia, il 27,9% dei giovani 30-34enni possiede un titolo terziario. L’obiettivo nazionale previsto da Europa 2020 (26-27%) è stato così ampiamente raggiunto. Tuttavia, il livello rimane molto inferiore alla media europea e superiore soltanto a quello della Romania. Per le donne, la quota di 30-34enni laureate è del 34%, per gli uomini del 21,7%

Spendiamo meno per imparare

D’altronde, l’Italia investe meno rispetto agli altri paesi europei per la scuola. La spesa pubblica in istruzione (che include i trasferimenti alle famiglie e alle istituzioni pubbliche e private) nel 2016 incide sul Pil per il 3,9% a livello nazionale, valore più basso di quello medio europeo (4,7%). L’incidenza sul Pil della spesa pubblica per consumi finali in istruzione (che rappresenta l’80% della spesa pubblica in istruzione) è più elevata nel Mezzogiorno (5,7% contro 3,4% a livello nazionale) dove è più numerosa la popolazione in età scolare. E’ quanto emerge dal Rapporto Noi Italia dell’Istat. Ancora, in ambito europeo l’Italia conferma una incidenza di adulti poco istruiti molto più elevata rispetto alla media dell’Ue (39,1% contro 22,5% nel 2017). Cresce nel 2016 la quota di giovani 15-24enni impegnati in un percorso di formazione (57,9%), ma è ancora inferiore a quella dei principali Paesi europei. Dall’altra parte, cresce al 27,8% la percentuale dei 30-34enni con un titolo di studio universitario. Un dato positivo, ma molto lontano dal 40% fissato per la media europea e già raggiunto da 18 Paesi.

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Blockchain, in azienda è la tecnologia del futuro

Conosciuta dall’85% dei manager, soprattutto per lo sviluppo dei primi progetti concreti in ambito di certificazione dei dati, la Blockchain inizia a fare breccia anche tra la popolazione, con un italiano su cinque che ne ha già sentito parlare.

“La blockchain è ormai uscita dalla fase delle promesse per diventare una realtà per il business”, spiega Andrea Rangone, amministratore delegato di Digital360, la società di servizi marketing per le aziende -. Anche se ancora pochi hanno compreso fino in fondo il potenziale che è in grado di esprimere in termini di creazione di nuovi modelli di business, in futuro questa tecnologia sarà sempre più importante anche per le istituzioni e la politica

Dopo appena 10 anni sta entrando velocemente in una nuova fase, quella del business

È quanto emerge da una ricerca realizzata da Ipsos per Digital360, secondo la quale trasparenza, sicurezza, apertura e velocità sono le caratteristiche più associate dagli italiani alla Blockchain.. E se ogni tecnologia ha i suoi tempi di sviluppo, maturazione, adozione e diffusione, quelli della Blockchain sono più veloci di quelli del Web, riporta EconomyUp. Sono infatti trascorsi esattamente 50 anni da Arpanet, la prima rete di computer connessi, e poco più di 10 anni dal paper di Satoshi Nakamoto, che immaginava un sistema di moneta elettronica peer to peer. Ora, dopo appena due lustri la Blockchain sta entrando velocemente in una nuova fase, quella del business. Si è infatti (quasi) svincolata dal bitcoin per essere considerata come una nuova opportunità di innovazione in quasi ogni ambito aziendale.

Utile soprattutto per le transazioni monetarie e finanziarie

Non è un caso che sia considerata utile soprattutto per le transazioni monetarie e finanziarie per il 71% dei manager e il 43% dell’opinione pubblica, per la gestione della supply chain e distribuzione (50% dei manager), e la burocrazia (47% dei manager). L’opinione pubblica, riporta Ansa, invece indica la cyber security (33%), la burocrazia e la Pubblica amministrazione (29%) gli altri ambiti in cui la sua utilità è rilevante. I più informati sono gli under 35 con un livello di istruzione alta, ma la maggioranza degli intervistati (il 53% degli italiani e il 72% dei manager) ritiene che la blockchain sarà importante per il proprio futuro.

Sarà una vera rivoluzione per il business

La blockchain viene vista come un opportunità di riduzione dei costi aziendali, ma anche come un elemento che aumenta la complessità. Certamente è una tecnologia che non darà i suoi frutti finche resterà confinata nel reparto IT. Da questo punto di vista è un segnale della sua maturità la segnalazione da parte del campione di manager intervistati sulle competenze necessarie per utilizzarla. La maggioranza infatti sostiene che servano primariamente competenze organizzative e conoscenza dei processi, più importanti delle competenze tecnologiche. La conferma di una consapevolezza sempre più diffusa, insomma. La Blockchain non è una delle tante nuove tecnologie da implementare in modelli esistenti. Sarà una vera rivoluzione per il business.

 

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La Ue multa Google per 1,49 miliardi di euro

Google ha violato le regole antitrust, e dalla Ue arriva una multa da 1,49 miliardi di euro. Una cifra pari all’1,29% del giro d’affari di Google nel 2018. Secondo la Commissione europea Google ha infatti abusato della sua posizione dominante imponendo una serie di clausole restrittive all’interno dei contratti con i siti Internet di terzi, che hanno impedito ai suoi concorrenti di collocare le proprie pubblicità su questi siti. Un comportamento durato per oltre un decennio, considerato illegale in base alle norme Ue, poiché “ha precluso ad altre imprese la possibilità di competere sulla base dei propri meriti e di innovare – spiega la c

ommissaria europea alla Concorrenza Margrethe Vestager – negando ai consumatori i benefici della concorrenza”.

Il maggior attore nell’intermediazione pubblicitaria online

Google è di gran lunga il maggior attore nell’intermediazione pubblicitaria online nello Spazio economico europeo, con una quota di mercato superiore al 70% dal 2006 al 2016. Nel 2016 Google ha detenuto quote di mercato anche al di sopra del 90% dei mercati nazionali per la ricerca generica, e superiore al 75% nella maggior parte dei mercati nazionali per la pubblicità online nei motori di ricerca, dove opera tramite il suo prodotto principale, il motore di ricerca.

Per concorrenti nelle pubblicità nei motori di ricerca, come Microsoft e Yahoo!, non è possibile vendere spazi pubblicitari nelle pagine dei risultati di ricerca Google. Pertanto, riporta Adnkronos, i siti di terzi rappresentano un punto di ingresso importante affinché questi altri fornitori di pubblicità nei risultati di ricerca possano tentare di competere.

I siti non potevano piazzare alcuna pubblicità che non fosse fornita da Google

In pratica i siti non potevano

 

piazzare alcuna pubblicità che non fosse fornita da Google nelle pagine dei loro risultati di ricerca. I contratti con gli editori dei siti si estendevano a tutti i siti posseduti dagli editori stessi. Da marzo 2009 Google ha iniziato a sostituire le clausole di esclusiva con le clausole di posizionamento Premium, che richiedevano agli editori o ai titolari dei siti di riservare gli spazi più redditizi sui loro risultati di ricerca per le pubblicità di Google, nonché un numero minimo di pubblicità Google. Pertanto, ai concorrenti erano precluse le parti più redditizie delle pagine.

Una condotta anticoncorrenziale

I concorrenti di Google non hanno potuto competere sulla base dei propri meriti, sia perché c’era un divieto vero e proprio sia perché Google si era riservata per via contrattuale gli spazi migliori. Il colosso californiano riservava per sé gli spazi più preziosi sotto il profilo commerciale, controllando anche il modo in cui le pubblicità rivali sarebbero apparse. Per la Commissione Ue Google ha quindi tenuto una condotta anticoncorrenziale. E soprattutto, non ha dimostrato che le clausole in questione abbiano prodotto qualche efficienza in grado di giustificare simili prassi.

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