Anche in vacanza i cellulari si rompono. In Croazia di più

Le vacanze a volte riservano brutte sorprese, tra cui la rottura del cellulare. Tra spiagge, scalate in montagna, o semplici passeggiate all’aria aperta, per lo smartphone degli italiani il pericolo è sempre dietro l’angolo. Almeno, secondo uno studio elaborato dal team di iFix-iPhone.com, network specializzato nella riparazione degli smartphone che spiega dove, e come, gli italiani hanno rotto il proprio cellulare nell’estate del 2018.

E secondo la classifica di iFix-iPhone.com, fra i Paesi in cui gli italiani hanno rotto maggiormente il telefono in testa c’è la Croazia, seguita Svizzera, Regno Unito, Germania e Stati Uniti. Al sesto posto la Francia, poi Spagna, Perù, Grecia e Danimarca.

I più distratti sono i 25-34enni

I maggiori distratti di questa estate sono stati i 25-34enni, seguiti dai 35-44enni, segno di un maggior uso degli smartphone in queste fasce di età. E magari anche dei troppi selfie in posti poco indicati. Nella gara tra i due sessi sono però le donne ad avere la peggio, con il 58,7% delle cause di rottura contro il 41,7% degli uomini. Mentre, per quanto riguarda i luoghi in cui si sono verificati più “incidenti”, prime sono le spiagge, poi la montagna, i locali notturni, e i mezzi pubblici. Sorprendente è anche “il numero di telefoni caduti in mare dai traghetti”, spiega Joseph Caruso, responsabile Centro Statistico icix-iphone.com.

I danni maggiori sono stati arrecati a schermo, batteria e dock di ricarica

Le cause più diffuse di rottura sono quelle da caduta accidentale, seguite dai danni causati da animali domestici, da familiari e amici maldestri, e dall’acqua. I più colpiti, lo schermo, la batteria, e il dock di ricarica.

Le maggiori rotture di questa estate, poi, sono avvenute tra le 9 e le 11 di mattina, la sera tra le 19.30 e le 21.30, poco prima di pranzo tra le 11 e le 13, e la mattina al risveglio, tra le 6 e le 9.

Questi dettagli sono stati possibili grazie alle analisi dei Big Data elaborati dal Centro Statistico del network, un servizio definito “il booking delle riparazioni smartphone e tablet”.

Qualche selfie in meno evita spiacevoli sorprese

Tramite l’algoritmo proprietario della sede centrale dell’azienda, che raccoglie i dati dei riparatori di tutta Italia aderenti al circuito, “registriamo i dati relativi ad ogni riparazione: è così che possiamo raccogliere e trasformare i numeri in statistiche – continua Caruso -.

Ed è per far fronte ai disagi derivanti dalla rottura dello smartphone garantiamo tariffe chiare e trasparenti, garanzia 12 mesi, un unico referente dedicato tramite il negozio assegnato dal sistema e tempo medio di riconsegna di 30 minuti”.

D’altronde, forse basterebbe qualche accortezza in più, e qualche selfie in meno, per evitare spiacevoli sorprese.

 

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Nel 2017 meno incidenti stradali, ma con più morti

 

Lo rende noto l’Istat: nel 2017 in Italia sono stati 174.933 gli incidenti stradali con lesioni a persone, un numero  in leggero calo rispetto al 2016, ma con un numero più elevato di morti entro 30 giorni dall’evento, che sono stati  3.378. Mentre i feriti sono stati 246.750.

Se gli incidenti secondo i dati Istat risultano in diminuzione, il numero dei morti torna quindi a crescere di 95 unità rispetto all’anno precedente. Un dato che in percentuale si traduce con il 2,9% in più. Tra le vittime sono in aumento i pedoni (600, +5,3%), ma soprattutto i motociclisti (735, +11,9%), mentre risultano pressoché stabili gli automobilisti deceduti (1.464, -0,4%), e in calo i ciclomotoristi (92, -20,7%), e i ciclisti (254, -7,6%).

Il rapporto tra feriti gravi e deceduti scende da  5,3 a 5,1

Rispetto all’anno precedente gli incidenti e i feriti registrano una lieve diminuzione (-0,5% e -1,0%). Stabile il numero dei feriti gravi: sulla base dei dati di dimissione ospedaliera nel 2017 sono stati 17.309, valore pressoché analogo a quello del 2016 (-0,1%).

Il rapporto tra feriti gravi e deceduti è sceso a 5,1 da 5,3 dell’anno precedente, mentre il tasso di lesività grave sulla popolazione residente è di 28,6 feriti gravi per 100 mila abitanti (40,1 per gli uomini e 17,7 per le donne).

Nelle città più grandi strade più sicure, le vittime diminuiscono del 5,8%

Sull’aumento del numero di morti in Italia incide soprattutto quello registrato sulle autostrade, comprese le tangenziali e i raccordi autostradali, e sule strade extraurbane (296 e 1.615 morti, +8,0% e +4,5% sull’anno precedente). Un aumento più contenuto si registra, invece, sulle strade urbane (1.467 morti, +0,3%).

Nei grandi Comuni l’Istat rileva invece una tendenza opposta, con una diminuzione del 5,8% del numero di vittime nell’abitato, riferisce Askanews.

Le cause degli incidenti: eccesso di velocità,  mancato utilizzo di dispositivi di sicurezza e uso del cellulare

Tra i comportamenti errati più frequenti vi sono la distrazione alla guida, il mancato rispetto della precedenza e la velocità troppo elevata (nel complesso il 40,8% dei casi). Le violazioni al Codice della Strada più sanzionate risultano l’eccesso di velocità, il mancato utilizzo di dispositivi di sicurezza e l’uso di telefono cellulare alla guida.

Questo, a fronte di un aumento nel 2017 delle prime iscrizioni di veicoli (+7%) rispetto all’anno precedente, e del parco veicolare (+1,7%). Le percorrenze autostradali sulla rete in concessione sono poi cresciute del 2,2% rispetto al 2016, con quasi 84 miliardi di km percorsi.

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Dove vai se la password non ce l’hai? Mobile device: occhio alle truffe

 

 

“No password, no security” per la stragrande maggioranza dei consumatori digitali. Ben il 60% non protegge i propri dispositivi mobili con le password e solo 15,8%, invece, utilizza soluzioni antifurto. Ecco che allora i “ladri digitali” banchettano. La rete fornisce infinite opportunità di truffa ai moderni criminali, che si sono rapidamente adattati alle nuove tecnologie trovando diversi sistemi per carpire preziose informazioni e raggiungere i propri scopi illeciti. La posta elettronica, la diffusione delle transazioni telematiche e l’utilizzo massiccio di social network e chat al fine di condividere informazioni, contenuti ed esperienze, favoriscono e incrementano la circolazione di dati personali, rendendo i navigatori sempre più vulnerabili rispetto alla possibilità di essere vittima di questo pericolo, con conseguenti gravi danni economici e sociali.

Dispositivi ancora non protetti

Attraverso un sondaggio, Kaspersky Lab – azienda russa specializzata nella produzione di software progettati per la sicurezza informatica – mostra come i navigatori del web lascino incustoditi i propri dati personali lasciando libero l’accesso dei propri dispositivi – smartphone e tablet i più utilizzati per connettersi al mondo del web – rendendosi vittime di una microcriminalità sempre più subdola e specializzata.

Quelle di online banking, mail e social le attività più rischiose

I danni maggiori sono legati proprio alle operazioni di online banking, posta elettronica e strumenti social, tutti contenitori di preziosi dettagli e informazioni finanziarie e  private –  come foto e messaggi –  che costituiscono un ghiotto bottino per i ladri virtuali, in grado  di mettere in atto truffe spesso non risolvibili. Per prevenire le truffe online basterebbe usare un po’ di buonsenso. Ma, nonostante il pericolo, si evince in generale una scarsa consapevolezza da parte degli utenti dei reali pericoli cui, senza una adeguata protezione, si rischia di incappare. Solo il 39,7% infatti protegge i propri apparecchi mobili con le password, ed un esiguo 8% sceglie di crittografare i propri file e le proprie cartelle per evitare accessi non autorizzati.

Le dritte degli esperti

“Tutti noi amiamo i nostri dispositivi connessi – sottolinea ad Askanews Morten Lehn, General Manager Italy di Kaspersky Lab – perché ci danno la possibilità di accedere a informazioni vitali, da qualsiasi luogo e in qualsiasi momento. I malintenzionati vogliono impossessarsene proprio per il loro valore e l’impresa criminale si rivela più facile nel caso in cui ci si imbatta in un telefono, ormai rubato, non protetto da alcuna password”. Evitare di mettere la propria privacy nelle mani altrui è però possibile e, soprattutto, semplice: effettuare il back up dei propri dati, utilizzare una password sicura cambiandola spesso e usare le funzionalità antifurto sui propri dispositivi mobili  può davvero proteggere da guai seri.

Chi legge i termini di servizio delle app?

 

Gli italiani sono poco inclini a leggere i termini di servizio delle app scaricate. Se un sesto degli italiani si dichiara consapevole del fatto che le proprie informazioni vengano utilizzate dalle aziende (i dati sono un bene economico), il 33% degli intervistati non legge le condizioni di utilizzo delle app che poi utilizza, e il 54% le legge solo parzialmente.

Lo ha scoperto una ricerca sui Big Data realizzata dall’Agcom, l’Autorità Garante della Concorrenza e del Mercato, dall’Autorità per le Garanzie nelle Comunicazioni e dal Garante per la Protezione dei Dati Personali.

Le app scaricate possono accedere a funzioni sensibili del dispositivo

Ogni volta che installiamo un’app sui nostri smartphone questa richiede alcune autorizzazioni per accedere a dati, o ad altre funzioni dei dispositivi. Dalla ricerca emerge che gli utenti italiani hanno acquisito maggiore confidenza con questo tema, tanto che sei su dieci è al corrente di come la funzione di geo-localizzazione consenta a un software di identificare precisamente la posizione del dispositivo. Inoltre, il 49,2% degli intervistati dichiara di essere al corrente che tali app possono accedere a funzioni particolarmente sensibili del dispositivo, come la fotocamera, il microfono e la rubrica dei contatti.

Tre quarti degli intervistati rinuncia a servizi gratuiti per tutelare i propri dati

Acquisizione, elaborazione e cessione a terzi: secondo l’indagine tre quarti circa degli intervistati ha manifestato la propria disponibilità a rinunciare ad alcuni servizi e app gratuite per tutelare i propri dati. Tuttavia solo la metà accetterebbe di pagare per servizi e app a fronte di un minore utilizzo dei propri dati, riporta Agi.

Ma quali sono le determinanti dei prezzi fissati per le app? Esiste relazione inversa tra disponibilità a pagare e dati ceduti? L’informazione attraverso social network aumenta o riduce la diversità e la polarizzazione? Abbiamo bisogno di ‘nuove’ garanzie nelle nuove comunicazioni?

“Esiste uno scamb

io implicito dei dati tra utenti e piattaforma”

Oltre al comportamento degli utenti nel mondo delle app, dall’indagine emerge anche un rapporto tra il costo di queste e la quantità di dati raccolti. Esiste quindi una correlazione diretta fra il costo delle app e la loro invasività nella sfera digitale dell’utente. Se sul totale delle app gratuite distribuite sul Google Play Store (quasi un milione, pari all’84% del totale), i permessi richiesti sono in media 6,4, le app a pagamento richiedono in media 3,8 permessi. Questo risultato, sottolinea Agcom, “mostra con chiarezza, e in modo statisticamente significativo, l’esistenza di uno ‘scambio implicito’ del dato tra utenti da un lato e sviluppatori app e piattaforma dell’altro, circostanza che incide sulle scelte del modello di business e, in particolare, sul dato come bene economico”.

 

Allarme Coldiretti: no voucher no lavoro estivo

 

Coldiretti lancia “l’allarme voucher”: la riforma potrebbe far scomparire 50mila posti di lavoro occasionali estivi per giovani, studenti e pensionati. Soprattutto nelle attività stagionali di campagna, dove con l’avvicinarsi dell’estate, le categorie più deboli, o chi vuole avvicinarsi al mondo dell’agricoltura, avrebbe la possibilità di partecipare alla preparazione dei terreni e alla raccolta di frutta e verdura integrando il proprio reddito.

“La nuova normativa è stata un vero flop in agricoltura”

L’estate infatti coincide, ricorda Coldiretti, con il periodo di maggior impiego di lavoro nelle campagne, a partire dalle attività di raccolta di verdura e frutta, fino ad arrivare alla vendemmia, che si concentra nel mese di settembre.

Secondo un sondaggio Coldiretti/Ixe, riporta Adnkronos, il 68% dei giovani italiani sarebbe disponibile a partecipare alla vendemmia o alla raccolta della frutta, ma “la nuova normativa è stata un vero flop in agricoltura, dove ha fatto crollare del 98% in valore l’uso dei buoni lavoro per effetto di un eccesso di inutile burocrazia, di cui, in parte, è responsabile la piattaforma informatica creata dall’Inps che non tiene in considerazione le specificità del lavoro nei campi”.

In difficoltà anche le stesse imprese agricole

“La situazione attuale – continua la Coldiretti – rende di fatto inutilizzabile il nuovo strumento con pesanti effetti sull’economia e il lavoro dei territori interessati”. In difficoltà poi sono le stesse imprese agricole. E “l’Italia non può permettersi di perdere le grandi opportunità di lavoro che vengono da uno dei settori più dinamici dell’economia”, afferma il presidente Coldiretti Roberto Moncalvo. Il nuovo Parlamento e il Governo, quindi, “hanno il dovere di ripensare a uno strumento per il settore che semplifichi la burocrazia per l’impresa, e che sia agile e flessibile – continua Moncalvo – rispondendo soprattutto a un criterio di tempestiva disponibilità all’impiego”, e generando opportunità di integrazione al reddito..

Nell’ultimo anno in agricoltura sono stati venduti circa 2 milioni di voucher

I voucher erano stati introdotti per la prima volta in via sperimentale nel 2008 per la vendemmia, proprio per le peculiarità dell’offerta di lavoro nelle campagne. Nel corso degli anni l’agricoltura è stata l’unico settore rimasto “incatenato” all’originaria disciplina, con tutte le limitazioni iniziali: solo lavoro stagionale e solo pensionati, studenti e percettori di integrazioni al reddito.

Non è un caso che il numero di voucher impiegati in agricoltura sia praticamente rimasto stabile dal 2011. Nell’ultimo anno, prima dell’abrogazione, in agricoltura sono stati venduti circa 2 milioni di voucher, pari all’incirca a 350mila giornate/anno di lavoro. Una modalità che ha aiutato ad avvicinare al mondo dell’agricoltura giovani studenti, senza gli abusi che si sono verificati in altri settori.

 

 

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ENEA, nel 2017 consumi in aumento e discesa prezzi energia

 

 

L’analisi trimestrale del sistema energetico italiano curata dall’ENEA fa un consuntivo del 2017, e conferma un aumento dei consumi finali di energia dell’1,3% rispetto al 2016. Lo studio evidenzia anche un aumento dei consumi di gas naturale (+6%, dopo il +5% del 2016), la fonte energetica che resta saldamente in testa nel mix con una quota del 36,5%, e registra prezzi in calo per tutte le fasce di consumo, in controtendenza rispetto agli altri Paesi Ue.

Anche se in calo i prezzi in Italia restano ai massimi tra i Paesi Ue

“Nel 2017 i prezzi del gas per le imprese sono diminuiti a fronte dei valori invariati nel resto dell’Unione. Questo perché gli aumenti del prezzo all’ingrosso della materia prima sono stati riequilibrati dall’eliminazione di due componenti della bolletta, consentendo un risparmio soprattutto per le fasce di consumo medio-alte del nostro Paese, mentre si è confermato un elevato divario di prezzo tra piccole e grandi utenze”, spiega Francesco Gracceva, esperto ENEA.

Anche i prezzi dell’energia elettrica sono stati stimati in leggero calo, fino al 2% nella fascia di consumo medio-alta. Tuttavia i prezzi in Italia restano ai massimi tra i Paesi Ue.

Le rinnovabili raggiungono quota 19% nel mix energetico

Sul totale dei consumi elettrici, riporta Askanews, le rinnovabili raggiungono una quota del 19% nel mix energetico, con una crescita dell’8% delle fonti “intermittenti” (eolico e solare) che compensa il forte calo dell’idroelettrico (-14%). Rispetto ai consumi finali la quota di energia rinnovabile rimane al di sopra del target Ue del 17% al 2020, mentre l’obiettivo del 28% al 2030 sembra più difficile da raggiungere.

Le emissioni di CO2 sono invece in leggero calo (-0,5%) grazie soprattutto al contributo di settori come la generazione elettrica (-5%) e i trasporti (-2,2%).

Le emissioni di CO2 non diminuiscono in misura coerente con gli obiettivi al 2030

“Seppur in calo per il secondo anno consecutivo – aggiunge Gracceva – le emissioni di CO2 non diminuiscono in misura coerente con gli obiettivi al 2030. Di conseguenza la componente decarbonizzazione dell’ISPRED fa segnare un peggioramento del 14%. Inoltre, non sembra ancora raggiunto l’obiettivo di uno sviluppo equilibrato e sinergico delle componenti del trilemma energetico sicurezza-prezzi-decarbonizzazione. Tra il 2010 e il 2017 si è assistito piuttosto al susseguirsi di fasi nelle quali il miglioramento di un aspetto si accompagna al peggioramento di altri”.

 

 

 

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Nel 2017 la disoccupazione cala all’11,2%, e aumenta l’occupazione femminile

 

Nel 2017 il numero dei disoccupati cala all’11,2%, e dall’11,7% del 2016 scende di 0,5 punti. Lo evidenzia l’Istat nel suo rapporto sul mercato del lavoro, spiegando come il calo della disoccupazione riguarda sia le persone in cerca di lavoro da almeno 12 mesi (-46 mila, -2,7%) sia i disoccupati di breve durata. Inoltre nel 2017 il numero di inattivi diminuisce per il quarto anno consecutivo, ma in misura meno marcata dell’anno precedente (-242 mila, -1,8%). Il calo interessa soprattutto le forze di lavoro potenziali (-213 mila, -6,4%). E per il terzo anno, nel 2017 prosegue la riduzione, sostenuta, del numero degli scoraggiati (-104 mila, -6,0%).

Aumentano i lavoratori dipendenti e quelli a tempo indeterminato

Il 2017, secondo l’Istat, “si caratterizza per un nuovo aumento dell’occupazione”, che cresce per il quarto anno consecutivo (+1,2%, 265 mila), mentre il tasso di occupazione sale al 58,0% (+0,7 punti), sebbene rimanga 0,7 punti al di sotto del picco del 2008. L’aumento continua a interessare non soltanto i lavoratori alle dipendenze (2,1%, +371 mila), tornando a riguardare quelli a tempo determinato (+298 mila in confronto a +73 mila permanenti).

Prosegue poi la diminuzione del numero di lavoratori indipendenti (-105 mila, -1,9%), e per il terzo anno cresce il lavoro a tempo pieno in maniera più forte rispetto al recente passato (+231 mila, +1,3%). Si attenua invece la crescita del part time (+34 mila, +0,8%).

Nel 2017 cresce l’occupazione femminile

Nel 2017, aggiunge l’Istat, l’occupazione è aumentata più per le donne, sia nei livelli (+1,6% rispetto a +0,9% degli uomini) che nel tasso (+0,8 e +0,6 punti, rispettivamente). La riduzione della disoccupazione e del relativo tasso riguarda invece più gli uomini (-4,8% e -0,6 punti vs -2,0% e -0,4 punti per le donne), mentre il calo dell’inattività è più consistente per la componente femminile.

Per il secondo anno continua l’aumento del numero degli occupati di 15-34 anni (45 mila, +0,9), e per i 35-49enni alla riduzione del numero di occupati si accompagna l’aumento del tasso di occupazione (+0,6 punti), riferisce Adnkronos. Per gli ultra 50enni invece aumenta sia il numero di disoccupati sia il tasso di disoccupazione.

Nel Mezzogiorno si riduce il numero di inattivi

A livello territoriale la crescita dell’occupazione è simile in tutte le ripartizioni, mentre il calo della disoccupazione è più intenso nelle regioni settentrionali (-8,0% contro -3,7% nel Centro e -0,5% nel Sud). La riduzione del numero di inattivi e del tasso di inattività è lievemente più forte nel Mezzogiorno; peraltro nel Nord e nel Centro il calo del tasso di inattività riguarda soltanto le donne mentre nel Mezzogiorno entrambe le componenti di genere.

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Problemi di insonnia? Meglio una partita a Ruzzle di un sonnifero

 

Giocare a Ruzzle prima di addormentarsi aiuta a prendere sonno. Almeno, questo è quanto risulta da uno studio effettuato da un gruppo di docenti del Dipartimento di Psicologia dell’Università degli Studi della Campania Luigi Vanvitelli, in collaborazione con il Dipartimento di Neuroscienze, Psicologia, Area del Farmaco e Salute del Bambino di Firenze, e pubblicato sulla rivista internazionale Behavioral Sleep Medicine. Si tratta di una scoperta ottenuta su un episodio di sonno diurno, ovvero, un pisolino di due ore fatto nel primo pomeriggio, ma i ricercatori stanno confermando i risultati anche per il sonno notturno.

I partecipanti hanno effettuato due sonnellini…

Alla ricerca hanno partecipato 38 studenti universitari di età compresa tra i 19 e i 30 anni, riporta Askanews. Ciascuno di loro ha effettuato in laboratorio due sonnellini diurni in ordine bilanciato, uno di controllo (C) e uno preceduto da una sessione di training intensivo al gioco (TR). “Il sonnellino preceduto dal training è caratterizzato da un aumento della durata totale di sonno – spiega Gianluca Ficca, Direttore Laboratorio del Sonno Dipartimento di Psicologia dell’Università Vanvitelli – accompagnato da una riduzione della latenza di sonno (il tempo impiegato ad addormentarsi dopo lo spegnimento della luce), e da un aumento dell’efficienza, dovuto alla riduzione della frequenza dei risvegli”.

Il sonno è migliore, e dura in media 17 minuti in più

La durata del sonno è aumentata in media di 17 minuti in 31 soggetti (circa il 20 % in più), mentre il tempo impiegato a riaddormentarsi è ridotto in media di 4’10” (circa il 25% in meno). La continuità del sonno è nettamente migliorata, e la quantità di veglia dopo l’addormentamento si riduce in media di 5’30” (più del 20%, in 36 soggetti su 38). L’efficienza di sonno di conseguenza aumenta dal 55% al 69%, e la frequenza media dei risvegli è ridotta in tutti i soggetti. Infine, aumenta anche la stabilità del sonno, espressa dal numero di passaggi da uno stadio a un altro, ridotti del 10%.

Il training cognitivo, un rimedio contro i disturbi del sonno

“I risultati di questo studio rivelano interessanti implicazioni applicative cliniche e psicosociali, mettendo in discussione la credenza comune che l’attività cognitiva prima del sonno ostacoli la propensione al sonno stesso e la sua qualità, aumentando l’attivazione psicofisiologica. I nostri risultati – continua Ficca – aprono la strada alla possibilità di esplorare in futuro l’efficacia di sessioni pianificate di training cognitivo per la cura dei disturbi del sonno”.

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Il diritto all’oblio vale anche fuori dall’Europa: lo dice il Garante

 

Il garante della privacy si è espresso: il diritto all’oblio vale anche al di fuori dell’Europa. A seguito di questo pronunciamento, il garante ha ordinato a Google di deindicizzare gli url su un cittadino italiano da tutti i risultati della ricerca, sia nelle versioni europee del motore di ricerca, sia in quelle extraeuropee. Google dovrà rimuovere anche gli url già deindicizzati nella versione europea.

La vicenda

L’iter che ha portato a questa decisione nasce dalla precisa richiesta di un cittadino italiano residente negli Stati Uniti. L’uomo si era appellato all’Autorità per richiedere di far rimuovere numerosi url europei ed extraeuropei che rimandavano a messaggi o brevi articoli anonimi, pubblicati su forum o siti amatoriali, giudicati gravemente offensivi della propria reputazione. Come spiega la newsletter dell’Autorità della privacy, la decisione è stata presa per garantire all’italiano l’effettiva tutela dei suoi dati.

Parole ritenute false

Tra i motivi che hanno portato al pronunciamento, ci sarebbe anche il fatto che i testi relativi all’uomo riportavano informazioni ritenute false sul suo stato di salute e su gravi reati connessi alla sua attività di professore universitario. “Chiedendo di deindicizzare il suo nome da tutti i siti, anche extraeuropei, l’uomo lamentava anche il fatto che, non appena un url veniva rimosso, subito ne venivano generati altri con contenuti analoghi” si legge sulle agenzie.

Le motivazioni del procedimento

Partendo da questi presupposti, il Garante ha ritenuto che la “perdurante reperibilità” sul web di contenuti non corretti e inesatti avesse un impatto “sproporzionatamente negativo” sulla sfera privata della persona. E pertanto ha chiesto a Google di deindicizzarli.

Come vanno tutelati i dati sulla salute

Tra i motivi della richiesta da parte dell’Autorità spicca anche quello relativo alla diffusione di dati sulla salute, non in linea con quanto disposto dal Codice privacy e dalle Linee guida dei Garanti europei sull’attuazione della sentenza Google Spain. Come spiega l’Ansa, in base alle Linee guida, il trattamento dei dati sulla salute è uno dei criteri da considerare per bilanciare il diritto all’oblio e il diritto/dovere all’informazione. Inoltre va valutata la natura dei contenuti di cui si chiede la rimozione: nel caso in cui si tratti di “informazioni che sono parte di campagne personali contro un determinato soggetto, sotto forma di rant (esternazioni negative a ruota) o commenti personali spiacevoli”, la deindicizzazione deve essere giudicata con maggiore favore in presenza di “dati che sembrano avere natura oggettiva ma che sono, in realtà, inesatti, in termini reali”, soprattutto “se ciò genera un’impressione inesatta, inadeguata o fuorviante rispetto alla persona interessata”.

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Natale, i compiti delle vacanze sono troppi

 

Per 8 studenti su 10 i compiti da svolgere durante le vacanze di Natale sono troppi. È quanto emerge da un sondaggio svolto da Skuola.net su un campione di 1.800 ragazzi delle scuole medie e superiori. Temi, problemi ed esercizi sono assegnati dall’82% dei professori, a fronte di un 18% che ritiene opportuno risparmiare questa fatica ai propri studenti.

Italiano e matematica in pole position

E, in fatto di compiti da svolgere, italiano e matematica sono le materie regine. Il 33% dei ragazzi, infatti, dedicherà la maggior parte del proprio tempo a elaborati, autori e poesie; per il 24% degli intervistati, invece, ad assorbire le energie intellettuali sarà soprattutto la matematica. Seguono nella classifica l’accoppiata greco-latino (il 12%) e quindi le lingue straniere (11%).

Libri da leggere per il 70% degli studenti

Per il 70% dei ragazzi, la lista dei compiti comprende anche alcuni libri da leggere: uno solo per il 28%, due per il 20%, tre per il 9% e più di tre per il 13%. Anche qui, però, non manca chi eviterà l’incombenza a pié pari, facendo semplicemente finta di aver letto o copiando le relazioni dai compagni.

Chi fa i compiti e chi no

Ma non tutti gli studenti faranno i compiti, anzi. In base ai dati raccolti, solo il 50% dei ragazzi li terminerà entro il 6 gennaio, mentre il 36% ne svolgerà una parte per copiare il resto, il 7% li copierà in toto e il 7% ignorerà completamente l’incombenza, ritornando a scuola senza aver fatto niente. Che ne sarà di loro? Solo il 37% corre il rischio di ricevere punizioni e brutti voti, a fronte di un 29% che è consapevole del fatto che i compiti non verranno mai corretti. Tra i diligenti, il 55% svolgerà i compiti in autonomia, mentre il 30% chiederà una mano ai compagni di scuola, il 12% ai genitori e il 3% ad altri parenti.

Il tempo dello studio

Tanti compiti in pochi giorni o un po’ di compiti ogni giorno? Questione di scelte e di organizzazione. Secondo l’indagine, il 27% di chi si applicherà nello studio cercherà di concentrare lo sforzo in 5 giorni, mentre quasi un terzo pensa di doversi dedicare ai compiti praticamente per tutto il periodo.

Le occupazioni per chi non fa i compiti

In vacanza più che mai, non mancano le alternative allo studio. Come trascorreranno il tempo i ragazzi che non hanno intenzione di fare i compiti? Il 41% starà il più possibile con gli amici, il 22% si dedicherà ai propri interessi, il 18% si godrà la famiglia, il 16% partirà per un viaggio.

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