La Ue multa Google per 1,49 miliardi di euro

Google ha violato le regole antitrust, e dalla Ue arriva una multa da 1,49 miliardi di euro. Una cifra pari all’1,29% del giro d’affari di Google nel 2018. Secondo la Commissione europea Google ha infatti abusato della sua posizione dominante imponendo una serie di clausole restrittive all’interno dei contratti con i siti Internet di terzi, che hanno impedito ai suoi concorrenti di collocare le proprie pubblicità su questi siti. Un comportamento durato per oltre un decennio, considerato illegale in base alle norme Ue, poiché “ha precluso ad altre imprese la possibilità di competere sulla base dei propri meriti e di innovare – spiega la c

ommissaria europea alla Concorrenza Margrethe Vestager – negando ai consumatori i benefici della concorrenza”.

Il maggior attore nell’intermediazione pubblicitaria online

Google è di gran lunga il maggior attore nell’intermediazione pubblicitaria online nello Spazio economico europeo, con una quota di mercato superiore al 70% dal 2006 al 2016. Nel 2016 Google ha detenuto quote di mercato anche al di sopra del 90% dei mercati nazionali per la ricerca generica, e superiore al 75% nella maggior parte dei mercati nazionali per la pubblicità online nei motori di ricerca, dove opera tramite il suo prodotto principale, il motore di ricerca.

Per concorrenti nelle pubblicità nei motori di ricerca, come Microsoft e Yahoo!, non è possibile vendere spazi pubblicitari nelle pagine dei risultati di ricerca Google. Pertanto, riporta Adnkronos, i siti di terzi rappresentano un punto di ingresso importante affinché questi altri fornitori di pubblicità nei risultati di ricerca possano tentare di competere.

I siti non potevano piazzare alcuna pubblicità che non fosse fornita da Google

In pratica i siti non potevano

 

piazzare alcuna pubblicità che non fosse fornita da Google nelle pagine dei loro risultati di ricerca. I contratti con gli editori dei siti si estendevano a tutti i siti posseduti dagli editori stessi. Da marzo 2009 Google ha iniziato a sostituire le clausole di esclusiva con le clausole di posizionamento Premium, che richiedevano agli editori o ai titolari dei siti di riservare gli spazi più redditizi sui loro risultati di ricerca per le pubblicità di Google, nonché un numero minimo di pubblicità Google. Pertanto, ai concorrenti erano precluse le parti più redditizie delle pagine.

Una condotta anticoncorrenziale

I concorrenti di Google non hanno potuto competere sulla base dei propri meriti, sia perché c’era un divieto vero e proprio sia perché Google si era riservata per via contrattuale gli spazi migliori. Il colosso californiano riservava per sé gli spazi più preziosi sotto il profilo commerciale, controllando anche il modo in cui le pubblicità rivali sarebbero apparse. Per la Commissione Ue Google ha quindi tenuto una condotta anticoncorrenziale. E soprattutto, non ha dimostrato che le clausole in questione abbiano prodotto qualche efficienza in grado di giustificare simili prassi.

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