I 5 trend dei viaggi nel 2019

Quali sono le tendenze per l’hospitality del 2019? Strategie imprenditoriali, nuove tecnologie, lusso come esperienza, ospitalità sostenibile, innovazione nel food e beverage sono i 5 trend del turismo 2019. Almeno, secondo Benoît-Etienne Domenget, il ceo di Sommet Education, la parent company degli istituti universitari svizzeri specializzati in hospitality management, il Glion Institute of Higher Education e Les Roches Global Hospitality Education. Se l’ospitalità continua a fornire terreno fertile per gli aspiranti imprenditori, l’innovazione nel prossimo futuro sarà fondamentale. Soprattutto per i brand affermati, che per competere con i nuovi player dovranno mettere in atto strategie di innova

zione adeguate ai diversi profili dei viaggiatori.

Strategie innovative e nuove tecnologie

E adeguare l’offerta turistica a seconda del profilo del viaggiatore significa saper differenziare. Se i business-traveller apprezzano le innovazioni tecnologiche per i luxury-traveller il contatto umano è la chiave per offrire un’esperienza su misura. L’importanza delle esperienze di socializzazione per i Millennial e la Generazione Z, poi, già da qualche tempo ha dato vita a nuovi hotel boutique urbani con appositi spazi sociali dedicati.

Inoltre grazie alle nuove tecnologie le aziende che operano nell’ospitalità possono offrire agli ospiti maggiore personalizzazione, convenienza e controllo. Chatbot, robot e altre forme d’AI, tecnologia di riconoscimento facciale, programmi di fidelizzazione basati su blockchain e criptovaluta, creano nuove opportunità per i marchi e per i clienti.

Esperienza del lusso e sostenibilità

L’adozione dei codici dell’ospitalità consente ai marchi di offrire ai clienti un’esperienza del lusso unica e coinvolgente che va oltre la vendita al dettaglio tradizionale. E il mantenimento del contatto umano attraverso le interazioni sarà essenziale per i marchi del lusso per coltivare le relazioni personali che costruiscono la fedeltà del cliente. La sostenibilità, inoltre, è un tema in prima linea nella consapevolezza del pubblico, in particolare, per Millennial e Generazione Z, che si aspettano un approccio più completo alla responsabilità sociale delle imprese. Come la riduzione delle materie plastiche monouso, lo sviluppo di concetti d

 

i impresa sociale, e lo spostamento verso un sistema di economia circolare, in cui le risorse vengono riciclate e rigenerate.

Le avanguardie del food&beverage

La sostenibilità è cruciale anche nell’ambito del food&beverage. L’interesse per i prodotti alimentari di provenienza locale, stagionale e vegetale continua a crescere tra i consumatori attenti all’ambiente e alla salute, con lo sviluppo di concetti come il farm to table o addirittura seeds to table. Tuttavia, anche la ricerca del piacere è una motivazione chiave per i clienti che cercano nuove esperienze culinarie che deliziano i sensi. E se lo street food sta introducendo una gamma più ampia di sapori, tradizioni ed esperienze, riporta Adnkronos, nell’era di Instagram le delizie visive sono importanti tanto quanto le prelibatezze.

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Monza e Brianza rallentano dopo la crescita del 2017

Un tessuto imprenditoriale, quello della provincia di Monza e Brianza, vivo e dinamico, messo però a rischio dal rallentamento del contesto macroeconomico globale. Le realtà imprenditoriali che popolano la classifica TOP500+ edizione 2018 del Centro studi Assolombarda sono costituite da 800 aziende con ricavi che vanno da 3,2 miliardi a 8,5 milioni di euro, per un fatturato complessivo record di 48,2 miliardi euro.

TOP 500+ è il progetto di ricerca e di analisi dei dati economico-finanziari promosso da Assolombarda in collaborazione con PwC e con il sostegno di Banco BPM, e condotto su un territorio che si conferma nell’analisi sui bilanci 2017 uno tra i principali distretti manifatturieri d’Europa.

Un anno di crescita straordinaria

Il 2017 è stato un anno di crescita straordinaria: produzione industriale al +3,0% (da +1,1% del 2016), export cresciuto del +11,6% (in Lombardia è nel 7,6%) in deciso aumento rispetto allo 0,9% dell’anno precedente. Risultati raggiunti grazie anche alle performance delle migliori aziende del territorio, con un fatturato complessivo che passa da 45 a 48,2 miliardi di euro, segnando un +7,1% sull’edizione 2017 (su bilanci 2016).

Avanzamenti, anche se meno consistenti, si hanno anche in termini di EBITDA sul fatturato mediano (che passa da 5,7% a 6,1%), e di ROE (in aumento da 10,5% a 10,8%). Cresce inoltre la percentuale di aziende in utile, che sale dall’86% all’88%.

Le aziende top accusano un rallentamento

Uno scenario positivo che però non trova conferma nelle previsioni per il 2018. In un contesto macroeconomico globale di progressivo rallentamento l’Italia anticipa la frenata, dando chiari segnali di decelerazione del ciclo economico. In Lombardia l’indebolimento dell’attività produttiva e di export è iniziato solo nei mesi primaverili, dopo aver mostrato maggior tenuta rispetto alla media nazionale nella prima parte del 2018.

Secondo l’indagine del Centro Studi di Assolombarda la percentuale di imprese che prevede di chiudere il 2018 con un fatturato in aumento dal 71% scende al 64%. Pertanto, anche le aziende top di Monza Brianza accusano un rallentamento nelle vendite. Inoltre, la quota di imprese che per il 2018 avranno margini in crescita si attesta al 42%.

“Chiediamo di poter operare in un ecosistema favorevole”

Sebbene si tratti di un territorio geneticamente resiliente, emergono i primi segnali di preoccupazione in termini di rallentamento nelle vendite e nei margini. “I numeri di questa ricerca confermano ancora una volta la forza e il successo dell’intraprendenza brianzola e l’attrattività di questo territorio”, afferma Carlo Bonomi, Presidente di Assolombarda. Sono caratteristiche che consentono di realizzare risultati straordinari, ma non bastano. “Chiediamo a noi tutti di poter operare in un ecosistema favorevole, fatto di sei condizioni abilitanti: apertura ai mercati mondiali, fisco, accesso al credito, Industria 4.0, infrastrutture ed Europa”, prosegue Bonomi. Convinto che il governo debba puntare “sugli investimenti e non sulla spesa corrente. E vedrà che le nostre imprese continueranno a volare evitando ogni rischio di decrescita”.

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Bonus Mobili, una manovra che piace agli italiani

Il cosiddetto Bonus Mobili è un’agevolazione fiscale che risulta apprezzata dagli italiani. Lo rilevano i dati elaborati a partire delle dichiarazioni dei redditi della Consulta Nazionale dei CAF.

Un sostegno anche al settore arredo

“Il bonus mobili è una manovra che funziona e genera benefici per i cittadini. Inoltre, sostiene un settore, quello del legno-arredo, che conta circa 77mila imprese per la maggior parte PMI”, così Emanuele Orsini, Presidente di FederlegnoArredo, l’associazione di categoria che promuove la politica industriale per il settore legno arredo italiano. “Lo abbiamo sempre definito, più che un bonus, un incentivo all’economia reale – prosegue Orsini- perché ha il vantaggio di dare accesso più facile a chi arreda la casa dando l’opportunità di acquistare prodotti made in Italy di qualità. Attendiamo risposte certe sulla proroga a tutto il 2019”.

Identikit di un’agevolazione

Il bonus mobili è una detrazione fiscale per l’acquisto di mobili che consente di usufruire di una detrazione Irpef del 50%, ripartita in dieci quote annuali di pari importo. In questo ambito, sono significativi i dati raccolti da FederlegnoArredo (77.000 aziende produttive), Federmobili (che rappresenta 20.000 punti vendita) e la Consulta Nazionale dei CAF (20.000 Centri di Assistenza Fiscale CAF). Dal 2013 al 2016 il bonus è stato utilizzato da 828.428 contribuenti, per una spesa totale di 4,8 miliardi di euro, pari in media all’8,4% del valore annuo dei consumi interni di mobili ed elettrodomestici agevolabili. Il 2016 ha visto una forte accelerazione nell’utilizzo, con incrementi, rispetto al 2015, del +29,5% nel numero di contribuenti che ne hanno fatto ricorso (255.217 contro i 197.112 del 2015), del +45,5% in termini di spesa complessivamente sostenuta (1,7 miliardi di euro rispetto ai 1,2 miliardi del 2015) e del +12,4% in termini di importo medio degli acquisti (6.691 euro contro i 5.953 del 2015). Questo significa che nel 2016 gli acquisti di mobili e grandi elettrodomestici con bonus legati alle ristrutturazioni hanno avuto un’incidenza superiore all’11% sul valore annuo dei consumi dei beni interessati.

Una misura che serve

“Mi preme sottolineare la tenuta dell’incentivo, che è in costante crescita”, conclude il Presidente di FederlegnoArredo. “Dall’analisi delle Dichiarazione dei Redditi 2018, gli acquisti di mobili effettuati con il ricorso al bonus nel 2017 si sono consolidati attorno a 1,7 miliardi di euro, segno che la misura serve e aiuta il consumatore nelle sue scelte di acquisto”.

“A conclusione della campagna di assistenza fiscale 2018 abbiamo potuto registrare un crescente ed esplicito interesse verso questo bonus fiscale – dichiarano Massimo Bagnoli e Mauro Soldini, Coordinatori della Consulta Nazionale dei CAF – da parte dei contribuenti italiani in tutti i nostri Centri di Assistenza Fiscale. I cittadini, spinti da una informazione puntuale, all’atto della dichiarazione dei redditi hanno potuto vedere applicate le misure che consentono di usufruire di questa importante detrazione fiscale. Un risparmio reale sugli acquisti delle famiglie che, senza dubbio, è oggi particolarmente apprezzato. Una forma concreta di sostegno al reddito che, con l’assistenza dei CAF, gli italiani utilizzano sempre di più”.

Millennials e lavoro: più fiducia nel futuro

I millennials hanno fiducia nel futuro, sono capaci di adattarsi rapidamente a innovazioni e cambiamenti, e sanno cogliere tutte le opportunità della Gig Economy. Soprattutto per quanto riguarda il futuro del mondo del lavoro.

La conferma arriva dal report pubblicato da CornerJob, l’app per il mobile recruitment, basato sui risultati di una ricerca condotta a giugno 2018 su 1,2 milioni di utenti di età compresa tra i 18 e i 35 anni. Secondo i risultati della ricerca infatti, nonostante l’Organizzazione internazionale del lavoro (Ilo) registri negli ultimi cinque anni un calo del 53% circa nelle retribuzioni dei lavoratori, il 74% degli intervistati è convinto che il mercato del lavoro cambierà in meglio.

Mobile recruiting e soft skills: come trovare un’occupazione stimolante

I giovani del terzo millennio concepiscono il lavoro come un naturale proseguimento del percorso iniziato tra i banchi di scuola. Al punto che per il 65% degli intervistati l’esperienza aziendale viene anteposta al conseguimento di un diploma universitario. E poiché il loro l’habitat naturale è digitale, riporta Adnkronos, il 77% si affida al mobile recruiting per la ricerca di un impiego. Il modo più diretto e concreto di cercare un’occupazione. L’85% degli intervistati, poi, privilegia un ambiente di lavoro stimolante a condizioni retributive vantaggiose. E, in generale, pensa che le soft skills contino quanto le competenze tecniche.

Qualcosa (non) è cambiato

Se la stabilità economica e la crescita professionale restano due priorità (52%), per i millennials queste non sono necessariamente legate all’esigenza di formare un nucleo familiare (obiettivo per il 10% degli intervistati). E nonostante siano abituati all’idea di un probabile nomadismo professionale, il 72% dichiara di voler restare nella stessa azienda per più di cinque anni. Tanto che il job hopping (cambiare lavoro più o meno ogni sei mesi) interessa solo al 14% degli intervistati. Insomma, pur tenendo in considerazione valori come work-life balance, flessibilità e smart working, i millennials cercano un contratto full-time (63%).

Recuperare i valori del passato adattandoli alla grammatica contemporanea

La popolazione che entro il 2020 rappresenterà più della metà della forza lavoro a livello globale non ha rinunciato al sogno rivoluzionario della cultura digitale iper-connessa e always-on. Ma ha ben compreso che il quadro socioeconomico si sta evolvendo a una velocità diversa da quella prevista.

Consapevoli e inclini alle trasformazioni, i millennials non si perdono d’animo, e non hanno paura di cambiare idea. Anche se ciò potrebbe significare recuperare, pur rileggendoli con la grammatica contemporanea, alcuni valori chiave della generazione che li ha preceduti.

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Anche in vacanza i cellulari si rompono. In Croazia di più

Le vacanze a volte riservano brutte sorprese, tra cui la rottura del cellulare. Tra spiagge, scalate in montagna, o semplici passeggiate all’aria aperta, per lo smartphone degli italiani il pericolo è sempre dietro l’angolo. Almeno, secondo uno studio elaborato dal team di iFix-iPhone.com, network specializzato nella riparazione degli smartphone che spiega dove, e come, gli italiani hanno rotto il proprio cellulare nell’estate del 2018.

E secondo la classifica di iFix-iPhone.com, fra i Paesi in cui gli italiani hanno rotto maggiormente il telefono in testa c’è la Croazia, seguita Svizzera, Regno Unito, Germania e Stati Uniti. Al sesto posto la Francia, poi Spagna, Perù, Grecia e Danimarca.

I più distratti sono i 25-34enni

I maggiori distratti di questa estate sono stati i 25-34enni, seguiti dai 35-44enni, segno di un maggior uso degli smartphone in queste fasce di età. E magari anche dei troppi selfie in posti poco indicati. Nella gara tra i due sessi sono però le donne ad avere la peggio, con il 58,7% delle cause di rottura contro il 41,7% degli uomini. Mentre, per quanto riguarda i luoghi in cui si sono verificati più “incidenti”, prime sono le spiagge, poi la montagna, i locali notturni, e i mezzi pubblici. Sorprendente è anche “il numero di telefoni caduti in mare dai traghetti”, spiega Joseph Caruso, responsabile Centro Statistico icix-iphone.com.

I danni maggiori sono stati arrecati a schermo, batteria e dock di ricarica

Le cause più diffuse di rottura sono quelle da caduta accidentale, seguite dai danni causati da animali domestici, da familiari e amici maldestri, e dall’acqua. I più colpiti, lo schermo, la batteria, e il dock di ricarica.

Le maggiori rotture di questa estate, poi, sono avvenute tra le 9 e le 11 di mattina, la sera tra le 19.30 e le 21.30, poco prima di pranzo tra le 11 e le 13, e la mattina al risveglio, tra le 6 e le 9.

Questi dettagli sono stati possibili grazie alle analisi dei Big Data elaborati dal Centro Statistico del network, un servizio definito “il booking delle riparazioni smartphone e tablet”.

Qualche selfie in meno evita spiacevoli sorprese

Tramite l’algoritmo proprietario della sede centrale dell’azienda, che raccoglie i dati dei riparatori di tutta Italia aderenti al circuito, “registriamo i dati relativi ad ogni riparazione: è così che possiamo raccogliere e trasformare i numeri in statistiche – continua Caruso -.

Ed è per far fronte ai disagi derivanti dalla rottura dello smartphone garantiamo tariffe chiare e trasparenti, garanzia 12 mesi, un unico referente dedicato tramite il negozio assegnato dal sistema e tempo medio di riconsegna di 30 minuti”.

D’altronde, forse basterebbe qualche accortezza in più, e qualche selfie in meno, per evitare spiacevoli sorprese.

 

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Nel 2017 meno incidenti stradali, ma con più morti

 

Lo rende noto l’Istat: nel 2017 in Italia sono stati 174.933 gli incidenti stradali con lesioni a persone, un numero  in leggero calo rispetto al 2016, ma con un numero più elevato di morti entro 30 giorni dall’evento, che sono stati  3.378. Mentre i feriti sono stati 246.750.

Se gli incidenti secondo i dati Istat risultano in diminuzione, il numero dei morti torna quindi a crescere di 95 unità rispetto all’anno precedente. Un dato che in percentuale si traduce con il 2,9% in più. Tra le vittime sono in aumento i pedoni (600, +5,3%), ma soprattutto i motociclisti (735, +11,9%), mentre risultano pressoché stabili gli automobilisti deceduti (1.464, -0,4%), e in calo i ciclomotoristi (92, -20,7%), e i ciclisti (254, -7,6%).

Il rapporto tra feriti gravi e deceduti scende da  5,3 a 5,1

Rispetto all’anno precedente gli incidenti e i feriti registrano una lieve diminuzione (-0,5% e -1,0%). Stabile il numero dei feriti gravi: sulla base dei dati di dimissione ospedaliera nel 2017 sono stati 17.309, valore pressoché analogo a quello del 2016 (-0,1%).

Il rapporto tra feriti gravi e deceduti è sceso a 5,1 da 5,3 dell’anno precedente, mentre il tasso di lesività grave sulla popolazione residente è di 28,6 feriti gravi per 100 mila abitanti (40,1 per gli uomini e 17,7 per le donne).

Nelle città più grandi strade più sicure, le vittime diminuiscono del 5,8%

Sull’aumento del numero di morti in Italia incide soprattutto quello registrato sulle autostrade, comprese le tangenziali e i raccordi autostradali, e sule strade extraurbane (296 e 1.615 morti, +8,0% e +4,5% sull’anno precedente). Un aumento più contenuto si registra, invece, sulle strade urbane (1.467 morti, +0,3%).

Nei grandi Comuni l’Istat rileva invece una tendenza opposta, con una diminuzione del 5,8% del numero di vittime nell’abitato, riferisce Askanews.

Le cause degli incidenti: eccesso di velocità,  mancato utilizzo di dispositivi di sicurezza e uso del cellulare

Tra i comportamenti errati più frequenti vi sono la distrazione alla guida, il mancato rispetto della precedenza e la velocità troppo elevata (nel complesso il 40,8% dei casi). Le violazioni al Codice della Strada più sanzionate risultano l’eccesso di velocità, il mancato utilizzo di dispositivi di sicurezza e l’uso di telefono cellulare alla guida.

Questo, a fronte di un aumento nel 2017 delle prime iscrizioni di veicoli (+7%) rispetto all’anno precedente, e del parco veicolare (+1,7%). Le percorrenze autostradali sulla rete in concessione sono poi cresciute del 2,2% rispetto al 2016, con quasi 84 miliardi di km percorsi.

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Dove vai se la password non ce l’hai? Mobile device: occhio alle truffe

 

 

“No password, no security” per la stragrande maggioranza dei consumatori digitali. Ben il 60% non protegge i propri dispositivi mobili con le password e solo 15,8%, invece, utilizza soluzioni antifurto. Ecco che allora i “ladri digitali” banchettano. La rete fornisce infinite opportunità di truffa ai moderni criminali, che si sono rapidamente adattati alle nuove tecnologie trovando diversi sistemi per carpire preziose informazioni e raggiungere i propri scopi illeciti. La posta elettronica, la diffusione delle transazioni telematiche e l’utilizzo massiccio di social network e chat al fine di condividere informazioni, contenuti ed esperienze, favoriscono e incrementano la circolazione di dati personali, rendendo i navigatori sempre più vulnerabili rispetto alla possibilità di essere vittima di questo pericolo, con conseguenti gravi danni economici e sociali.

Dispositivi ancora non protetti

Attraverso un sondaggio, Kaspersky Lab – azienda russa specializzata nella produzione di software progettati per la sicurezza informatica – mostra come i navigatori del web lascino incustoditi i propri dati personali lasciando libero l’accesso dei propri dispositivi – smartphone e tablet i più utilizzati per connettersi al mondo del web – rendendosi vittime di una microcriminalità sempre più subdola e specializzata.

Quelle di online banking, mail e social le attività più rischiose

I danni maggiori sono legati proprio alle operazioni di online banking, posta elettronica e strumenti social, tutti contenitori di preziosi dettagli e informazioni finanziarie e  private –  come foto e messaggi –  che costituiscono un ghiotto bottino per i ladri virtuali, in grado  di mettere in atto truffe spesso non risolvibili. Per prevenire le truffe online basterebbe usare un po’ di buonsenso. Ma, nonostante il pericolo, si evince in generale una scarsa consapevolezza da parte degli utenti dei reali pericoli cui, senza una adeguata protezione, si rischia di incappare. Solo il 39,7% infatti protegge i propri apparecchi mobili con le password, ed un esiguo 8% sceglie di crittografare i propri file e le proprie cartelle per evitare accessi non autorizzati.

Le dritte degli esperti

“Tutti noi amiamo i nostri dispositivi connessi – sottolinea ad Askanews Morten Lehn, General Manager Italy di Kaspersky Lab – perché ci danno la possibilità di accedere a informazioni vitali, da qualsiasi luogo e in qualsiasi momento. I malintenzionati vogliono impossessarsene proprio per il loro valore e l’impresa criminale si rivela più facile nel caso in cui ci si imbatta in un telefono, ormai rubato, non protetto da alcuna password”. Evitare di mettere la propria privacy nelle mani altrui è però possibile e, soprattutto, semplice: effettuare il back up dei propri dati, utilizzare una password sicura cambiandola spesso e usare le funzionalità antifurto sui propri dispositivi mobili  può davvero proteggere da guai seri.

Chi legge i termini di servizio delle app?

 

Gli italiani sono poco inclini a leggere i termini di servizio delle app scaricate. Se un sesto degli italiani si dichiara consapevole del fatto che le proprie informazioni vengano utilizzate dalle aziende (i dati sono un bene economico), il 33% degli intervistati non legge le condizioni di utilizzo delle app che poi utilizza, e il 54% le legge solo parzialmente.

Lo ha scoperto una ricerca sui Big Data realizzata dall’Agcom, l’Autorità Garante della Concorrenza e del Mercato, dall’Autorità per le Garanzie nelle Comunicazioni e dal Garante per la Protezione dei Dati Personali.

Le app scaricate possono accedere a funzioni sensibili del dispositivo

Ogni volta che installiamo un’app sui nostri smartphone questa richiede alcune autorizzazioni per accedere a dati, o ad altre funzioni dei dispositivi. Dalla ricerca emerge che gli utenti italiani hanno acquisito maggiore confidenza con questo tema, tanto che sei su dieci è al corrente di come la funzione di geo-localizzazione consenta a un software di identificare precisamente la posizione del dispositivo. Inoltre, il 49,2% degli intervistati dichiara di essere al corrente che tali app possono accedere a funzioni particolarmente sensibili del dispositivo, come la fotocamera, il microfono e la rubrica dei contatti.

Tre quarti degli intervistati rinuncia a servizi gratuiti per tutelare i propri dati

Acquisizione, elaborazione e cessione a terzi: secondo l’indagine tre quarti circa degli intervistati ha manifestato la propria disponibilità a rinunciare ad alcuni servizi e app gratuite per tutelare i propri dati. Tuttavia solo la metà accetterebbe di pagare per servizi e app a fronte di un minore utilizzo dei propri dati, riporta Agi.

Ma quali sono le determinanti dei prezzi fissati per le app? Esiste relazione inversa tra disponibilità a pagare e dati ceduti? L’informazione attraverso social network aumenta o riduce la diversità e la polarizzazione? Abbiamo bisogno di ‘nuove’ garanzie nelle nuove comunicazioni?

“Esiste uno scamb

io implicito dei dati tra utenti e piattaforma”

Oltre al comportamento degli utenti nel mondo delle app, dall’indagine emerge anche un rapporto tra il costo di queste e la quantità di dati raccolti. Esiste quindi una correlazione diretta fra il costo delle app e la loro invasività nella sfera digitale dell’utente. Se sul totale delle app gratuite distribuite sul Google Play Store (quasi un milione, pari all’84% del totale), i permessi richiesti sono in media 6,4, le app a pagamento richiedono in media 3,8 permessi. Questo risultato, sottolinea Agcom, “mostra con chiarezza, e in modo statisticamente significativo, l’esistenza di uno ‘scambio implicito’ del dato tra utenti da un lato e sviluppatori app e piattaforma dell’altro, circostanza che incide sulle scelte del modello di business e, in particolare, sul dato come bene economico”.

 

Allarme Coldiretti: no voucher no lavoro estivo

 

Coldiretti lancia “l’allarme voucher”: la riforma potrebbe far scomparire 50mila posti di lavoro occasionali estivi per giovani, studenti e pensionati. Soprattutto nelle attività stagionali di campagna, dove con l’avvicinarsi dell’estate, le categorie più deboli, o chi vuole avvicinarsi al mondo dell’agricoltura, avrebbe la possibilità di partecipare alla preparazione dei terreni e alla raccolta di frutta e verdura integrando il proprio reddito.

“La nuova normativa è stata un vero flop in agricoltura”

L’estate infatti coincide, ricorda Coldiretti, con il periodo di maggior impiego di lavoro nelle campagne, a partire dalle attività di raccolta di verdura e frutta, fino ad arrivare alla vendemmia, che si concentra nel mese di settembre.

Secondo un sondaggio Coldiretti/Ixe, riporta Adnkronos, il 68% dei giovani italiani sarebbe disponibile a partecipare alla vendemmia o alla raccolta della frutta, ma “la nuova normativa è stata un vero flop in agricoltura, dove ha fatto crollare del 98% in valore l’uso dei buoni lavoro per effetto di un eccesso di inutile burocrazia, di cui, in parte, è responsabile la piattaforma informatica creata dall’Inps che non tiene in considerazione le specificità del lavoro nei campi”.

In difficoltà anche le stesse imprese agricole

“La situazione attuale – continua la Coldiretti – rende di fatto inutilizzabile il nuovo strumento con pesanti effetti sull’economia e il lavoro dei territori interessati”. In difficoltà poi sono le stesse imprese agricole. E “l’Italia non può permettersi di perdere le grandi opportunità di lavoro che vengono da uno dei settori più dinamici dell’economia”, afferma il presidente Coldiretti Roberto Moncalvo. Il nuovo Parlamento e il Governo, quindi, “hanno il dovere di ripensare a uno strumento per il settore che semplifichi la burocrazia per l’impresa, e che sia agile e flessibile – continua Moncalvo – rispondendo soprattutto a un criterio di tempestiva disponibilità all’impiego”, e generando opportunità di integrazione al reddito..

Nell’ultimo anno in agricoltura sono stati venduti circa 2 milioni di voucher

I voucher erano stati introdotti per la prima volta in via sperimentale nel 2008 per la vendemmia, proprio per le peculiarità dell’offerta di lavoro nelle campagne. Nel corso degli anni l’agricoltura è stata l’unico settore rimasto “incatenato” all’originaria disciplina, con tutte le limitazioni iniziali: solo lavoro stagionale e solo pensionati, studenti e percettori di integrazioni al reddito.

Non è un caso che il numero di voucher impiegati in agricoltura sia praticamente rimasto stabile dal 2011. Nell’ultimo anno, prima dell’abrogazione, in agricoltura sono stati venduti circa 2 milioni di voucher, pari all’incirca a 350mila giornate/anno di lavoro. Una modalità che ha aiutato ad avvicinare al mondo dell’agricoltura giovani studenti, senza gli abusi che si sono verificati in altri settori.

 

 

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ENEA, nel 2017 consumi in aumento e discesa prezzi energia

 

 

L’analisi trimestrale del sistema energetico italiano curata dall’ENEA fa un consuntivo del 2017, e conferma un aumento dei consumi finali di energia dell’1,3% rispetto al 2016. Lo studio evidenzia anche un aumento dei consumi di gas naturale (+6%, dopo il +5% del 2016), la fonte energetica che resta saldamente in testa nel mix con una quota del 36,5%, e registra prezzi in calo per tutte le fasce di consumo, in controtendenza rispetto agli altri Paesi Ue.

Anche se in calo i prezzi in Italia restano ai massimi tra i Paesi Ue

“Nel 2017 i prezzi del gas per le imprese sono diminuiti a fronte dei valori invariati nel resto dell’Unione. Questo perché gli aumenti del prezzo all’ingrosso della materia prima sono stati riequilibrati dall’eliminazione di due componenti della bolletta, consentendo un risparmio soprattutto per le fasce di consumo medio-alte del nostro Paese, mentre si è confermato un elevato divario di prezzo tra piccole e grandi utenze”, spiega Francesco Gracceva, esperto ENEA.

Anche i prezzi dell’energia elettrica sono stati stimati in leggero calo, fino al 2% nella fascia di consumo medio-alta. Tuttavia i prezzi in Italia restano ai massimi tra i Paesi Ue.

Le rinnovabili raggiungono quota 19% nel mix energetico

Sul totale dei consumi elettrici, riporta Askanews, le rinnovabili raggiungono una quota del 19% nel mix energetico, con una crescita dell’8% delle fonti “intermittenti” (eolico e solare) che compensa il forte calo dell’idroelettrico (-14%). Rispetto ai consumi finali la quota di energia rinnovabile rimane al di sopra del target Ue del 17% al 2020, mentre l’obiettivo del 28% al 2030 sembra più difficile da raggiungere.

Le emissioni di CO2 sono invece in leggero calo (-0,5%) grazie soprattutto al contributo di settori come la generazione elettrica (-5%) e i trasporti (-2,2%).

Le emissioni di CO2 non diminuiscono in misura coerente con gli obiettivi al 2030

“Seppur in calo per il secondo anno consecutivo – aggiunge Gracceva – le emissioni di CO2 non diminuiscono in misura coerente con gli obiettivi al 2030. Di conseguenza la componente decarbonizzazione dell’ISPRED fa segnare un peggioramento del 14%. Inoltre, non sembra ancora raggiunto l’obiettivo di uno sviluppo equilibrato e sinergico delle componenti del trilemma energetico sicurezza-prezzi-decarbonizzazione. Tra il 2010 e il 2017 si è assistito piuttosto al susseguirsi di fasi nelle quali il miglioramento di un aspetto si accompagna al peggioramento di altri”.

 

 

 

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