Perdita d’acqua e termografia

Una delle situazioni più spiacevoli che possa capitare in casa è quella di scoprire che vi è una perdita nell’impianto idrico e dell’acqua che piano piano sta infiltrandosi, scavando e cercando di raggiungere anche gli appartamenti sottostanti. Riuscire a porre rimedio in maniera autonoma è praticamente impossibile, anche perché la cosa più difficile è riuscire a capire dove si trova esattamente la perdita, considerando che i tubi possono trovarsi sotto il pavimento o all’interno dei muri.

Per questo motivo si preferisce contattare una ditta specializzata che possa risolvere la situazione in maniera rapida e non invasiva. Vi.Ro Impianti è un’azienda specializzata il cui approccio è assolutamente non distruttivo, il che significa che per andare alla ricerca della perdita questa azienda non opera sollevando pavimenti o effettuando grandi varchi nei muri, ma si avvale della più moderna tecnologia di settore che consente di individuare in maniera assolutamente precisa il punto in cui la perdita avviene prima ancora di aver effettuato ogni tipo di operazione. Grazie alla termografia che Vi.Ro Impianti adopera è ad esempio possibile individuare molto velocemente il punto esatto in cui avviene la perdita e a questo punto operare in maniera poco invasiva e rapida, il che ha un duplice vantaggio: il fatto di non dover effettuare grandi lavori a livello edile fa sì che i costi dell’intervento siano più bassi, ed in secondo luogo riuscire a rimediare alla perdita in maniera rapida fa sì che non si vadano a creare problematiche agli appartamenti sottostanti, i quali potrebbero essere interessati da gocciolamento dovuto appunto alla perdita che avviene al piano di sopra. Vi.Ro Impianti si occupa dunque di ricerca perdite acqua e lo fa servendosi della più moderna strumentazione di settore, il che consente di riuscire ad offrire servizi di grande qualità a prezzi in linea con quelli di mercato e assolutamente risolutivi.

Perché acquistare un attico?

Una delle soluzioni abitative più prestigiose, ampia e panoramica in città, è sicuramente rappresentata dall’attico. Vivere in un attico vuol dire disporre di un’abitazione ampia che presenta una superficie con una metratura estesa, e che offre possibilità ed un livello di benessere che nessun altro tipo di appartamento può vantare. Gli attici in principio sono diventati di gran moda negli Stati Uniti durante gli anni venti, e successivamente sono stati un simbolo di potere e lusso per i grandi magnati.

Da anni gli attici sono molto richiesti anche in Italia, e scegliere una soluzione abitativa con attico è dunque una possibilità perfetta per chi cerca un’immobile di prestigio in città. Ma quali sono i vantaggi del  vivere in un attico? Sicuramente i principali sono:

  • Senso di libertà

Chi acquista un attico solitamente lo fa per la voglia di poter usufruire di un fantastico terrazzo ampio e libero dai rumori della città. Inoltre, questo spazio può essere arricchito con diverse soluzioni di comfort quali un dehor con spazi verdi o un idromassaggio.

  • Nessuno al di sopra di te

La cosa più bella del vivere in un attico è che anche se si vive in un edificio con altri appartamenti si ha la fortuna di non avere alcun rumore o fastidio proveniente dall’alto.

  • Vista spettacolare

Quando si vive in un attico la cosa più bella è sicuramente è la vista. Il panorama della città è un qualcosa che affascina tutti coloro i quali vi si affacciano e regala un’emozione davvero unica che nessun’altra soluzione abitativa può dare.

  • La luminosità

Un altro dei vantaggi del vivere in un attico è la sua grande luminosità. La luce che penetra all’interno è sempre molto più intensa rispetto a quella degli appartamenti dei piani inferiori, e se ne può godere per tutte le ore del giorno.

  • Privacy

In ultima analisi, ma non per importanza, vivere in un attico offre intimità e privacy, l’ideale per vivere al meglio la propria vita casalinga.

Individuare l’attico giusto in relazione alla zona in cui si desidera vivere e alle esigenze individuali può rivelarsi essere anche una ricerca piuttosto lunga, e per questo è bene rivolgersi ad agenzie specializzate nella mediazione di soluzioni immobiliari d’alto profilo. Lo studio Franco Guerrieri è da oltre 20 anni una solida realtà del settore e propone immobili di prestigio Monza fornendo ogni tipo di assistenza al cliente, dalle fasi di ricerca della soluzione più adatta fino alla consulenza per la progettazione o ristrutturazione degli immobili.

Mediclinics: asciugamani elettrico, igiene assicurata

Quando ci si trova fuori casa e si ha necessità di utilizzare i servizi igienici, si spera sempre di trovare un ambiente pulito e sanificato per evitare di entrare in contatto con batteri e virus di ogni tipo. Per nessuno è infatti piacevole dover usufruire di servizi igienici in cui l’ambiente sia poco gradevole, ed in questi casi si cerca di limitare la propria presenza all’interno dei locali solo per quei pochi secondi strettamente necessari. Anche all’interno degli ambienti più curati però, vi è un particolare che viene spesso ignorato e che invece è molto importante per garantire una buona esperienza al cliente all’interno dei servizi igienici che gestiamo, ovvero l’asciugatura delle mani.

Aver predisposto un sistema di asciugatura che non garantisce un’igiene perfetta andrebbe a compromettere il lavoro di detersione di acqua e sapone, causando nuovamente il proliferare di microbi e batteri sulla superficie delle mani. È questo il caso dei fazzoletti, che possono essere veri e propri contenitori di germi e che comunque non garantiscono un’asciugatura perfetta, o dei dispenser per asciugamani a rotoli in stoffa.

Per avere la certezza di offrire ai tuoi clienti un servizio a cinque stelle, nulla è meglio degli asciugamani elettrici Mediclinics e può organizzare per te il viaggio incentive che hai in mente per i tuoi dipendenti, occupandosi di gestire ogni aspetto organizzativo e di fornire assistenza anche durante il viaggio, per qualsiasi richiesta o necessità dovesse presentarsi. Affidati dunque a professionisti del settore per far si che il viaggio dei tuoi dipendenti possa essere una fantastica occasione di divertimento e al tempo stesso uno splendido modo per accrescere il loro senso di appartenenza nei confronti dell’azienda.

Feste per bambini

Organizzare feste per bambini è un’attività che richiede, al contrario di quanto si possa pensare inizialmente, una cura per i dettagli e un’attenzione davvero particolare. Si perché i bimbi corrono, saltano e perdono facilmente l’equilibrio.

Tutte le attrezzature presenti all’interno della sala devono necessariamente essere a norma e rispettare gli standard di sicurezza necessari a garantire l’incolumità dei piccoli ospiti. I tavoli ad esempio, è bene che abbiano i bordi arrotondati: prova ad immaginare cosa accadesse se un bimbo perdesse l’equilibrio proprio in prossimità di un tavolo con i bordi non arrotondati…è un rischio che nessuno vuole correre, nè tu che metti la tua struttura a disposizione della festa, né i genitori che vogliono avere la certezza di affidare i piccoli a chi abbia pensato proprio a tutto per tutelare l’incolumità dei partecipanti.

Per non correre rischi inutili, e abbellire al tempo stesso la tua struttura con arredi moderni e coloratissimi, scegli tutta la qualità e la convenienza dei prodotti Go Leisure. Questa azienda vanta oltre 20 anni di esperienza nel settore, e rappresenta una valida risorsa per te che hai bisogno di dare una nuova immagine al tuo spazio ludico. Potrai scegliere tra bellissimi tavoli e sedute, panche pieghevoli, simpaticissimi troni per accogliere il festeggiato, tappeti anti-trauma, simpaticissimi pannelli divisori, panca guardaroba e moderni banconi da reception. Questi sono soltanto alcuni dei prodotti e delle attrezzature che Bll Park mette a tua disposizione, per dare ai tuoi spazi un aspetto molto più attraente ed accattivante. Allo stesso modo troverai sicuramente di tuo gradimento i bellissimi gonfiabili per bambini che regaleranno ai piccoli ospiti ore di puro divertimento in tutta sicurezza, delle soluzioni che possono marcare la differenza tra la tua struttura e quelle della concorrenza. Per richieste o informazioni è possibile contattare Go Leisure al numero telefonico +390392497489 o tramite mail all’indirizzo è info@go-leisure.com.

Più fiducia per le aziende, ora puntano su formazione e nuove assunzioni

Le previsioni per l’anno appena iniziato sono positive, non solo in termini di assunzioni previste dalle aziende, ma anche di investimento nel capitale umano. Se nel 2019 le aziende hanno ritrovato la fiducia necessaria a guardare al futuro ora puntano sulla formazione dei dipendenti e su nuove assunzioni. Almeno, secondo l’indagine sui trend del mercato del lavoro 2020 condotta dalla piattaforma di recruiting InfoJobs, su un campione rappresentativo di aziende iscritte al portale. Nel 2019 il numero delle aziende iscritte alla piattaforma che hanno inserito nuove risorse è infatti cresciuto del 13% rispetto all’anno precedente.

Le medie aziende sono le più ottimiste

Secondo l’indagine InfoJobs, il 58% delle aziende si dichiara pronto ad assumere nuove risorse in numero limitato, mentre il 23% ha in piano di inserire in modo sostanzioso nuove figure perché fiducioso in una ripresa del proprio settore. Le più ottimiste, sembrano le medie aziende, quelle che contano tra 250 e 500 dipendenti, e che assumeranno in maniera consistente nel 66% dei casi.

Nell’analisi dei trend Hr più rilevanti per il mercato del lavoro nel 2020 emerge inoltre come le aziende siano sempre più orientate a una visione human-centric, sia dal punto di vista della formazione dei talenti già presenti in azienda sia della possibilità di sfruttare la crescita digitale e gli sviluppi tecnologici a servizio dell’uomo.

Utilizzare il digitale per valorizzare il capitale umano

Per il 32% delle aziende il trend più marcato che emergerà quest’anno è quello di utilizzare al meglio il digitale per valorizzare il capitale umano, rendendolo un mezzo con cui raggiungere in maniera efficace i risultati e liberare tempo per attività ad alto valore aggiunto, dove la componente umana fa sempre la differenza. “Ci troviamo ad affrontare uno scenario lavorativo altamente competitivo, incerto, in continua evoluzione – commenta Filippo Saini, head of job di InfoJobs -. Sapersi distinguere ed essere in grado di affrontare i cambiamenti in maniera agile diventa quindi fondamentale, ed è qui che entra in gioco il capitale umano, con le persone e le loro competenze al centro della scena”.

Creare un ecosistema in cui vengono condivisi valori e obiettivi comuni

“Quello che le nostre aziende ci descrivono è un 2020 dove l’uomo ritorna protagonista – continua Saini – dove le risorse umane sono l’asset primario e la tecnologia il mezzo che permette di sceglierle, formarle e nutrirle costantemente, per creare un ecosistema in cui a ogni livello vengono condivisi valori e obiettivi comuni”. Una premessa fondamentale per una vera “organizzazione liquida”, che aumenta l’engagement dei dipendenti e attrae nuovi talenti.

“Stiamo assistendo – aggiunge Saini – alla nascita di un nuovo tipo di azienda, più umanizzata e purpose driven, in cui lo scopo per cui si fa business diventerà sempre più rilevante per il business stesso”.

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Impresa 4.0, puntare su digitale per competere

La conoscenza tecnologica è essenziale per le imprese della quarta rivoluzione industriale. E quasi un’impresa italiana su tre ha realizzato, o programma di realizzare, corsi di formazione 4.0 per il personale. Nei percorsi formativi avviati gli imprenditori hanno puntato soprattutto su dirigenti e manager (62%) e responsabili di processo (57%), mentre in misura minore operai e addetti ai processi di produzione (30%). Da quanto emerge dal test di autovalutazione sulla maturità digitale Selfi 4.0, il 64% degli imprenditori non ha però ancora valutato la possibilità di avviare attività formative per favorire la digital transformation.

Disporre di figure qualificate per cogliere i vantaggi della trasformazione digitale

Le Camere di commercio 3 anni fa hanno avviato un programma formativo  coinvolgendo 600 dipendenti camerali sui temi dell’innovazione, 275 dei quali hanno ottenuto la certificazione sulle competenze digitali. Il test Selfi 4.0 ha riguardato quasi 15mila imprese, ed è stato condotto dai Punti impresa digitale, la rete delle Camere di commercio realizzata per supportare le Pmi nell’adozione delle tecnologie abilitanti.  E secondo il segretario generale di Unioncamere, Giuseppe Tripoli, “occorre iniziare una nuova fase che incoraggi la formazione per disporre di figure qualificate capaci di cogliere appieno i vantaggi di questa trasformazione digitale”.

Diecimila imprese sono ritardo nel cavalcare la new digital wave

Solo 1 impresa su però 10 ha realizzato corsi di formazione sulle tematiche 4.0, mentre il 25% pensa di farlo nei prossimi 12 mesi. Si stratta generalmente di imprese che hanno un buon livello di maturità digitale, e che hanno già proceduto a digitalizzare buona parte dei processi. Le restanti 10mila imprese che invece non hanno ancora considerato la possibilità di realizzare attività formative specifiche, mostrano al test di autovalutazione Selfi 4.0 un certo ritardo nel cavalcare la new digital wave, collocandosi nelle prime fasi del processo di digitalizzazione.

Cybersicurezza, e-commerce, cloud al centro delle attività formative

Cybersicurezza, e-commerce, cloud, e più in generale, le nuove tecnologie software, sono le tematiche al centro delle attività formative per il 65% delle imprese. Seguono, i sistemi di gestione e analisi dei dati, come Big data e interscambio di dati tra sistemi informativi (edi) (36%), le tecnologie hardware, come robotica, realtà aumentata e realtà virtuale (33%), l’integrazione orizzontale e verticale, con l’IoT e i sistemi di tracing & tracking (31%). Il percorso di formazione patrocinato dall’Agenzia per l’Italia digitale (Agid), riporta Adnkronos, ha affrontato temi che vanno dal project management alla trasformazione digitale, l’open data, la sicurezza dei dati al cambiamento tra social e IoT alla comprensione dell’approccio e l’innovazione digitale. Ma anche dal business intelligence, big Data e open Data, fino ai temi sulla sicurezza e sulla User Experience, per migliorare l’interazione tra erogazione dei servizi e tecnologia

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Per i brand il GDPR rende più difficile la gestione dei domini

Il report internazionale pubblicato da MarkMonitor parla chiaro: per quasi 6 marketer su 10 (58%) il GDPR ha avuto un forte impatto sul loro approccio alla gestione dei domini e alla loro sicurezza. Dall’entrata in vigore del GDPR il 28% dei brand ha infatti dovuto richiedere l’assistenza di consulenza esterna per rendere conforme alla normativa le proprie strategie, e il 18% trova ancora più difficoltà nel combattere le violazioni. Il report della società di Clarivate Analytics, specializzata nella protezione del brand aziendale, è stato condotto su un campione di 700 decision maker nei settori marketing legale e IT provenienti da Italia, Francia, Germania, Stati Uniti e Regno Unito.

Priorità assoluta, massimizzazione del traffico. Poi, la sicurezza

Secondo il report, la Brexit, al contrario, non ha avuto un impatto così forte come il GDPR, tanto che il 61% degli intervistati sostiene che la Brexit non ha avuto alcun impatto sulla propria strategia di dominio. In questo contesto, il 38% degli intervistati ha affermato che l’aumento delle minacce informatiche ha cambiato o sta modificando la propria strategia di dominio. Questa cifra evidenzia la crescente importanza della sicurezza, poiché il 18% dei marketer sostiene di aver subito un attacco informatico diretto al proprio dominio.

In questo scenario resta come priorità assoluta nella gestione dei domini la massimizzazione del traffico mentre la sicurezza si colloca al secondo posto.

Motivazione principale per la strategia di registrazione, il lancio di nuovi prodotti e servizi

Allo stesso modo, il 62% dei marketer afferma che la motivazione principale alla base della propria strategia di registrazione di un dominio è il lancio di nuovi prodotti e servizi, e solo il 23% afferma di effettuare registrazioni allo scopo di attenuare l’abuso del brand.

“I risultati della ricerca mostrano che i brand, e i marketer in particolare, sono consapevoli dell’importanza di questi fattori e di come possano influenzare la gestione dei domini – spiega  Chrissie Jamieson, VP marketing di MarkMonitor – nonostante qualche incongruenza nel modo in cui questa viene effettuata”.

L’organizzazione si muove a compartimenti stagni

È stato chiesto poi ai marketer quale tipo di approccio stiano utilizzando per la gestione dei domini. E molti di loro affermano che la propria organizzazione si stia muovendo a compartimenti stagni, ammettendo che la responsabilità è affidata a un solo dipartimento, e di come in alcuni casi, la responsabilità ricada su di un solo dipendente. Il 27% dei marketer afferma inoltre che è il loro dipartimento a essere responsabile della gestione dei domini, seguito dall’IT (27%) e dalle operazioni (12%). Solo il 22% dei brand conferma l’approccio combinato utilizzato dalla propria azienda.

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Lo smartphone di Google legge, ascolta e parla al posto nostro

Le nuove soluzioni sviluppate da Google per i dispositivi mobili con i sistemi Android migliorano la fruibilità, al punto che ora per leggere un’email non servono gli occhi e per conversare al telefono non è necessario l’udito. In pratica, grazie all’intelligenza artificiale lo smartphone ora può leggere, ascoltare e parlare al posto nostro. E per chi soffre di disabilità lo smartphone ora rende assai più accessibile l’esperienza quotidiana del mondo.

“Stiamo entrando in una nuova Età dell’oro, grazie ai progressi dell’intelligenza artificiale e dell’apprendimento automatico, combinati alla possibilità di far vivere sul telefono gli algoritmi che un tempo operavano solo nei grandi cloud – spiega Brian Kemler, responsabile della suite Accessibilità di Google – così abbiamo nuove funzioni disponibili anche offline, non solo per chi ha disabilità, ma potenzialmente per tutti”.

Live Caption, TalkBack e l’accesso vocale

Un esempio è la funzionalità LiveCaption, che sottotitola in automatico i contenuti multimediali riprodotti sul telefono, utile per chi ha problemi di udito. Ma che potrebbe essere usata anche per vedere i video sul telefono se sprovvisti di auricolari.

“L’amplificatore – sottolinea Kemler – collegabile all’apparecchio acustico così come alle cuffie, potrebbe permetterci di ascoltare meglio un film senza disturbare chi ci sta accanto”. TalkBack, invece, esegue la lettura vocale dello schermo, e “ci permetterebbe di usare il telefono senza distrarci durante la guida dell’auto”, aggiunge Kemler.

L’accesso vocale, invece, consente di interagire col dispositivo senza toccare lo schermo, e potrebbe essere utile, ad esempio, “anche per cercare una ricetta online quando cuciniamo e abbiamo le mani sporche”, continua Kemler.

Il curb cut effect, ovvero cioè che nasce per pochi diventa per tutti

Quello che nasce per pochi diventa per tutti. Gli esperti del colosso di Mountain View lo chiamano “curb cut effect”, riferendosi agli scivoli dei marciapiedi che oggi usiamo tutti per portare più comodamente passeggini e valigie, ma che in origine sono stati pensati per aiutare i disabili. Lo stesso accade con le nuove tecnologie, che diventano sempre più fruibili grazie agli adattamenti sviluppati pensando al miliardo di persone che convivono con una disabilità, temporanea o permanente.

Il diritto all’accessibilità

“L’accessibilità è un diritto umano: il cuore della nostra missione non è solo rendere accessibili i prodotti, ma l’esperienza del web e del mondo, per rendere i disabili più autonomi e migliorare la loro interazione con le persone vicine”, spiega ancora Kemler.

Lo testimonia l’esperienza della giovane Geneviève Pedrini, ipovedente dalla nascita, ormai nota campionessa paraolimpica di slalom gigante e violoncellista, da poco laureata con una tesi in Musicologia dedicata proprio all’accessibilità. “Grazie alla tecnologia ora posso fare cose che un tempo pensavo impossibili – afferma Geneviève Pedrini – posso muovermi in autonomia percorrendo anche strade sconosciute, posso navigare in Internet e postare contenuti sui social da sola, posso lavorare meglio grazie ai lettori dello schermo. Ci sono ancora molte criticità, ma l’approccio delle aziende che sviluppano questi prodotti sta cambiando”.

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Come affrontare le dimissioni? Il decalogo degli esperti

Se in America un manager cambia lavoro in media ogni 4 anni in Italia la tendenza è ormai simile. Questo significa che un professionista deve affrontare la cosiddetta “I quit conversation” con il proprio capo almeno una decina di volte nella vita. Se cambiare lavoro è di per sé un evento stressante, altrettanto è doverlo comunicare al proprio capo. Come affrontare allora il momento delle dimissioni? Wyser, società di Gi Group che si occupa di ricerca e selezione di profili manageriali, ha preparato un vademecum per aiutare i manager e i dipendenti ad affrontare e gestire questo delicato momento della vita professionale.

La premessa a un periodo di crescita professionale

Le dimissioni spesso vengono percepite con un’accezione negativa, e possono essere fonte di ansia. “In realtà – commenta Carlo Caporale, amministratore delegato di Wyser Italia – sulla base della nostra esperienza con i manager possiamo affermare che, se ben ponderate, sono la premessa a un periodo di crescita professionale e anche di maggior soddisfazione, non solo economica”.

Non si tratta ovviamente di casi di job hopping, ovvero di chi tende a cambiare lavoro troppo spesso, “ma di opportunità di carriera di fronte alle quali sosteniamo un professionista che decide di coglierle”, puntualizza Caporale.

Non fornire troppi dettagli sulla nuova azienda

Il primo punto del “decalogo” di Wyser è quello di ricordarsi sempre che non si è né i primi né gli ultimi ad annunciare le dimissioni. Il proprio capo avrà già affrontato questo discorso, probabilmente da entrambi i punti di vista, riferisce Adnkronos. Inoltre, è bene non farne parola con i colleghi prima di averlo comunicato al responsabile e alle HR. E alla domanda “Dove andrai?” rispondere sempre in modo trasparente, ma senza fornire troppi dettagli. Ovviamente, se si va da un competitor limitarsi a fornire qualche informazione su progetti e attività, ma senza fare nomi.

Garantire un po’ più di tempo per il passaggio di consegne e mantenere gli standard lavorativi, ovviamente, sono due atteggiamenti premianti. Quindi, portare sempre a termine i progetti intrapresi, ed essere produttivi fino all’ultimo.

Il mondo del lavoro è piccolo, meglio lasciarsi nel migliore dei modi

Se si è arrivati al punto di dare le dimissioni, non sarà un aumento retributivo a fare stare meglio dove non si vuole più rimanere. Ma non minacciare mai di andare via solo per ottenere qualcosa in più. Sarà anche un metodo efficace, ma non è professionale. Ottavo consiglio di Wyser: porta via con te i sassolini nelle scarpe. A volte può essere un sollievo, ma ciò non autorizza a dare sfogo a incomprensioni passate. Il mondo del lavoro è piccolo. Meglio lasciarsi nel migliore dei modi.

In ogni caso, il passaggio di carriera da un’azienda all’altra può essere facilitato dalla consulenza di un professionista. Se necessario, non esitare ad affidarsi a chi è più esperto in questo iter.

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Tra le 200 migliori università del mondo anche tre italiane

Secondo la classifica Times Higher Education World University Rankings 2020 sono tre gli atenei italiani tra i migliori 200 del mondo: la Scuola Superiore Sant’Anna, la Scuola Normale Superiore, e l’Università di Bologna.

La classifica, diffusa dalla rivista britannica indipendente specializzata nella valutazione dei sistemi universitari internazionali, mostra che l’Italia è il terzo Paese europeo più rappresentato in classifica, e l’ottavo a livello mondiale.

“È incoraggiante vedere le migliori università italiane in posizioni di forza nella top 200 – commenta Ellie Bothwell, curatrice della classifica – ma perché l’educazione superiore italiana possa prosperare è necessario che questi miglioramenti si vedano in tutte le università, da nord a sud, e non solo in un piccolo numero di istituzioni selezionate”.

Scuola Superiore Sant’Anna, Scuola Normale Superiore, Università di Bologna al top

I due atenei pisani sono saliti rispettivamente di 4 e 9 gradini, classificandosi alla 149a posizione (Sant’Anna) e alla 152a (Normale), mentre l’Università di Bologna è balzata dalla posizione 180 alla 168. Tra i primi 300 atenei al mondo anche l’Università di Padova, l’Università Vita-Salute San Raffaele e la Sapienza di Roma. Nella classifica sono 45 gli atenei italiani, due in più dell’anno scorso, su un totale di 1.396 università di 92 Paesi, valutate per insegnamento, trasferimento tecnologico, ricerca, impatto delle citazioni scientifiche e internazionalizzazione dello staff accademico.

L’Università di Oxford in testa per il quarto anno consecutivo

Nella top ten degli atenei mondiali, riporta Ansa, l’Università di Oxford è in testa per il quarto anno consecutivo, seguita al secondo posto dal California Institute of Technology, che risale dalla 5a posizione, mentre la medaglia di bronzo va ancora alla Gran Bretagna, con l’Università di Cambridge.

Seguono poi la Stanford University, il Massachusetts Institute of Technology (MIT), Princeton, Harvard, Yale, l’Università di Chicago e l’Imperial College di Londra.

Oltre la metà degli atenei nella top 200 sono europei

Nella top 200 l’Europa è il continente più rappresentato, con oltre la metà degli atenei in classifica, anche se molti degli istituti hanno perso posizioni a causa della concorrenza di Asia e Stati Uniti. Nella classifica globale, una delle scalate più poderose è stata fatta invece dall’Iran, che con 40 università ha sorpassato Australia, Francia, Russia e Taiwan.

Il Brasile, con 46 istituti, ha superato Italia e Spagna, mentre il Giappone è il Paese più rappresentato per l’Asia, e il secondo al mondo dopo gli Stati Uniti.

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Sono 2 milioni i contratti per diplomati e laureati

Anche a metà 2019 sembrano confermate le indicazioni positive sui nuovi contratti che le imprese intendevano stipulare nel 2018. E su un totale di 2 milioni di nuovi contratti di lavoro per giovani diplomati e laureati sono circa 1,6 milioni quelli destinati ai diplomati, mentre per chi è in possesso di una laurea la quota dei contratti dovrebbe superare il numero di 550 mila. Ma cosa fare dopo il diploma? È meglio scegliere di iscriversi all’Università o cercare subito un lavoro? E se si sceglie di proporsi sul mercato del lavoro, su quale professione puntare? Per aiutare i giovani nell’orientamento tra scuola e lavoro arriva uno studio del Sistema informativo Excelsior, realizzato da Unioncamere in collaborazione con Anpal.

Nel 2018 dei circa 551.000 laureati richiesti 195.000 era di difficile reperimento

Secondo lo studio, quest’anno per i laureati ci sono buone opportunità di trovare un impiego. Per Unioncamere infatti si dovrebbe superare la quota di 550 mila contratti in cui è richiesto il possesso di una laurea. La richiesta da parte delle imprese interessa principalmente gli indirizzi economico e, a seguire, ingegneria, insegnamento e formazione e sanitario e paramedico. Nel 2018, però, dei circa 551.000 dottori richiesti dal mercato del lavoro, ben 195.000 era di difficile reperimento. Le difficoltà di reperimento per i profili di sbocco dei laureati sono infatti spesso elevate, e sono pari al 48,4% per gli specialisti nei rapporti con il mercato, al 52,5% per gli ingegneri energetici e meccanici, e al 64,8% per gli analisti e progettisti di software.

Amministrativi, finanziari e marketing i diplomi più ricercati

Tra i diplomi più richiesti dalle imprese spiccano invece quelli a indirizzo amministrativo, finanziario e marketing, seguiti dall’indirizzo meccanico e meccatronico, dal settore turistico ed enogastronomico, dall’elettronica ed elettrotecnica e dall’informatica e telecomunicazioni. Tra le professioni di sbocco per i diplomati, il 51,8% dei disegnatori industriali è difficile da reperire, ma difficoltà anche superiori si registrano per i tecnici elettronici (57,7%) agenti assicurativi e per gli elettrotecnici (71,5%). Tra i settori produttivi che richiedono laureati, riporta Adnkronos, la maggior parte delle richieste proviene dai servizi alle imprese, seguiti dai servizi alle persone, dall’industria manifatturiera, dal commercio, dalle costruzioni, dal turismo.

La difficoltà di reperimento è passata dal 21,5% nel 2017 al 26,3% del 2019

In base ai dati di Excelsior, la difficoltà di reperimento è passata dal 21,5% nel 2017 al 26,3% del 2019. Non si tratta solo dei cosiddetti lavori rifiutati, ovvero quelli più instabili sviluppati nell’ambito della gig economy. Unioncamere sottolinea che se è difficile trovare un diplomato su cinque, un laureato su tre è di difficile reperimento.  Le motivazioni più comuni alla difficoltà di trovare le figure richieste sono tre, riferisce Il Sole24Ore, offerta inferiore alla domanda, possesso di competenze non adeguate a quelle richieste dal mercato, e mancanza di persone con caratteristiche personali adatte alla professione offerta, o totalmente prive di esperienza. E questo vale per il 10% per i diplomati, e per l’8% per i laureati.

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Con la Cie servizi più rapidi e sicuri in tutta l’Ue

Il Cooperation Network Eidas (Electronic identification authentication and signature) ha valutato lo schema di identità digitale basato sulla carta d’identità elettronica come adeguato per il livello di sicurezza High, il massimo previsto dal regolamento europeo 910 del 2014.

Il ministero dell’Interno, l’Agenzia per l’Italia digitale, il Team per la Trasformazione digitale e il Poligrafico dello Stato hanno completato il percorso che attesta quindi la Carta di identità elettronica (Cie) italiana come lo strumento di identificazione digitale e di accesso ai servizi online erogati dai Paesi in ambito comunitario al massimo livello di sicurezza.

Tanti servizi con un unico strumento

Gli italiani ora dispongono di uno strumento estremamente evoluto in ambito europeo, perché la Cie permette l’identificazione sicura del cittadino, l’accesso a servizi fiduciari in ambito europeo, l’accesso fisico presso i tornelli abilitati e ai mezzi di trasporto. Un unico strumento, leggero e immediato, consentirà perciò di usufruire di numerosi servizi presso enti pubblici e privati a livello europeo, riporta Askanews.

La Cie, comunica il Poligrafico, “realizza così un ulteriore passo avanti verso l’interoperabilità europea delle identità digitali e la formazione di un mercato unico europeo per un consolidamento di una vera e propria identità europea”.

“Realizzato un nuovo diritto di cittadinanza”

“È il raggiungimento di un traguardo – sottolinea Andrea Polichetti, direttore centrale per i Servizi demografici del ministero dell’Interno – per la centralità del cittadino nei servizi delle pubbliche amministrazioni. L’accesso alle informazioni e ai servizi digitali dell’Unione Europea, tramite la Cie, realizza un nuovo diritto di cittadinanza”.

Con il riconoscimento della Carta d’identità elettronica come strumento sicuro di accesso ai servizi delle pubbliche amministrazioni dei paesi europei, l’Italia compie un passo decisivo per ottenere lo status digitale di cittadino comunitario. “Il Poligrafico è orgoglioso di contribuire in modo determinante allo sviluppo della Cie – aggiunge l’amministratore delegato del Poligrafico, Paolo Aielli – per permettere ai cittadini italiani la tutela della loro identità digitale”.

“Un traguardo verso la fruibilità dei servizi digitali nello spazio economico europeo”

Per l’Agenzia per l’Italia digitale si tratta di un risultato importante, che conclude il percorso avviato a gennaio 2019 per l’attuazione del regolamento Eidas (Electronic Identification, Authentication and trust Services), anche grazie alla presenza dell’Italia ai tavoli di lavoro.

Un percorso che ora si affianca a quanto già compiuto per l’utilizzo di Spid in tutti gli stati membri. “Un traguardo raggiunto – commenta Teresa Alvaro, direttore generale dell’Agenzia per l’Italia digitale – verso la fruibilità dei servizi digitali nello spazio economico europeo”.

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Spiati attraverso Whatsapp. La società invita ad aggiornare l’app

Whatsapp invita con urgenza i suoi utenti ad aggiornare l’app. Dopo aver scoperto una falla nei suoi sistemi l’app di messaggistica istantanea di proprietà di Facebook lancia l’allarme: la società israeliana Nso Group avrebbe fornito software di spionaggio a governi illiberali al fine di monitorare i telefoni di attivisti per i diritti umani. Secondo quanto riportato dal Financial Times, i ricercatori hanno scoperto che lo poteva essere installato su dispositivi Android e iOS con la semplice esecuzione di una telefonata via Whatsapp. L’infezione, spiegano i ricercatori, avviene anche se il bersaglio non risponde alla chiamata. Ma come verificare se anche il nostro telefono è stato “bucato”?

Pegasus, lo spywere che assume il controllo dei dispositivi mobili

Il software sviluppato da Nso Group, riporta Agi, si chiama Pegasus e nel 2016 era possibile installarlo su dieci dispositivi per 650 mila dollari, più 500 mila dollari di servizio tecnico. A rivelarlo, quattro anni fa, un’inchiesta del New York Times, che investigava sull’impiego di questo spyware da parte degli Emirati Arabi Uniti, accusati di averlo utilizzato per tracciare degli attivisti per i diritti umani. Messaggi, contatti, email, cronologia delle ricerche, posizione Gps: una volta installato Pegasus è in grado di accedere pressoché a qualunque informazione contenuta nel dispositivo mobile. Inoltre, il software può prendere il controllo di telecamera e microfono, così da registrare ulteriori informazioni che possono essere poi trasferite all’attaccante.

Attaccati i dispositivi di dissidenti, giornalisti e nutrizionisti

Stando a quanto dichiara l’azienda israeliana, Pegasus verrebbe venduto esclusivamente ad agenzie di intelligence statali e unicamente col fine di combattere il terrorismo e affiancare le autorità. Tuttavia il software venne trovato all’interno dello smartphone di un attivista per i diritti umani oggi in prigione negli Emirati Arabi Uniti. Da allora, scrive il Guardian, i medesimi strumenti sono stati scoperti anche all’interno dei dispositivi di dissidenti, giornalisti e anche nutrizionisti. Secondo i ricercatori di Whatsapp la vulnerabilità sarebbe stata utilizzata per spiare un avvocato londinese coinvolto in un processo contro l’Nso Group. Altre potenziali vittime sarebbero un cittadino del Qatar e un gruppo di attivisti e giornalisti messicani, scrive il New York Times. Ma la lista potrebbe essere molto più lunga.

Infezione propagata tramite la funzione di chiamata

Per capire se si è stati sottoposti a una misura di sorveglianza attraverso il medesimo tipo di attacco, è necessario aver notato in passato delle telefonate “strane” su Whatsapp. Gli attaccanti infatti sono stati a lungo in grado di trasferire lo spyware utilizzando la funzione di chiamata dell’app di messaggistica istantanea. Secondo quanto riferito dai ricercatori, il registro delle chiamate è stato spesso cancellato una volta avvenuta l’infezione. In questo caso l’unico modo per accorgersene sarebbe stato di vedere la chiamata nel momento in cui questa veniva inoltrata.

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